La voce del crepuscolo

La voce del crepuscolo
La profondità lirica di Derek Walcott, la sua sensibilità critica, la sua riconosciuta cognizione di causa  emergono evidenti quando racconta a modo suo di altri poeti. Ai suoi occhi, Brodskij è uno scrittore in esilio con un amore pieno per la lingua inglese che gli “ha espanso la sua biografia spirituale” permettendogli di giungere - non da semplice emigrato, ma con totale esuberanza - ad una felicità tipica dell’esilio. L’inglese di Brodskij va oltre i limiti imposti da una pedante e limitata grammatica, facilmente godibile da un letture purchessia; il suo è un americano dalla sonorità difficile “nel modo più onesto”, in quella variazione di menzogna tipica dei poeti. Robert Frost scrive, piuttosto, affascinanti poesie dall’accentuata formalità, capaci di andare “contro un tono incantatorio prevedibile”, poesie che si ricordano a memoria senza problemi, le cui strofe danno vita ad un sentimento di anticipazione, che viene soddisfatto da un ulteriore elemento imprevisto, quello della musicalità verbale. E Robert Lowell, controverso poeta dalla scomoda biografia personale, che invece riesce a produrre versi troppo vicini ai suoi nervi, in grado di “ritrarsi al tatto, sensibili come una ferita ancora aperta”. Dal canto suo, invece l’australiano Les Murray, soprannominato sagacemente da Walcott “Crocodile Dandy”, racconta senza inutili formule di cortesia il suo mondo con la sua lingua, il suo accento, il suo colorito vernacolo, che il lettore è costretto a conoscere se vuole avvicinarsi alla sua produzione…
Premio Nobel per la Letteratura nel 1992, Derek Walcott è prima di tutto il poeta dei Caraibi, la cui vocazione è sempre stata quella di dare un senso compiuto a quel fenomeno di totale estraneità, che porta gli abitanti antillani a “pensare in un modo e a muoversi in un altro”. Membro di quella schiera di poeti al di fuori dell'esperienza americana, di cui si trovano a far parte (Heaney, Brodskij, ecc.), il metodista Walcott definisce il processo di scrittura come una benedizione, una gratitudine, più religiosamente una vocazione. Il suo uso della lingua inglese produce, secondo le parole di Josiph Brodskij, moti simili a quelli delle maree con il loro continuo e inarrestabile andirivieni. Questo volume permette di comprendere al meglio il suo lavoro, raccogliendo il materiale prodotto al di fuori delle sue pièce teatrali o delle raccolte poetiche: le sue acute recensioni sui poeti contemporanei (da Frost a Murray, da Lowell a R. James) apparse su “The New York Review of Books” e “The New Republic”, vere e proprie “lezioni americane”, profondi saggi di critica letteraria; il prologo alla raccolta teatrale, pubblicato nel 1970 come mero atto commemorativo delle “esperienze di un drammaturgo con la [sua] compagnia”: il suo unico racconto, sofferta e a tratti rassegnata dichiarazione d'amore per le isole che gli hanno dati i natali; e il discorso pronunciato nel 1992 nel ricevere il premio Nobel. E proprio durante quel momento solenne ci si rende conto di come l'uomo Walcott di fronte al mondo intero pronto a riconoscere il suo talento, si ritrovi come un bambino davanti ad un quaderno nuovo, con la sua gioia piena di gratitudine e un’incosciente paura beata.

 

 

 

 
 
 
 
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