La volpe era già il cacciatore

La volpe era già il cacciatore

Romania, anni ’80. Due giovani amiche, Adina e Clara, sono stese al sole sul tetto di un palazzo, nella calura estiva. Intorno a loro si stende la periferia scarna della città, con i suoi abitanti esausti non a causa della temperatura elevata, piuttosto per gli anni tremendi della dittatura di Ceausescu, che volgono adesso al termine. Il cammino per la fine però è ancora lungo, forse senza uscita, come quello del verme che scava gallerie nella mela e ad essa appartiene: il “nero nell’occhio” del dittatore insegue tuttora il suo popolo, attraverso la temibile Securitate. Adina fa la maestra, Clara lavora in fabbrica. Frequentano – nel silenzio della repressione – altri giovani, tra cui il musicista Paul. L’esistenza di tutti è governata dal regime, con diverse declinazioni; Paul subisce un interrogatorio per aver cantato canzoni proibite, Adina viene fatta oggetto di terrorismo psicologico (entrano in casa sua quando lei non c’è, le tagliano a pezzi un po’ per volta la volpe-tappeto che tiene sul pavimento), mentre Clara si lascia sedurre da un agente dei servizi segreti, Pavel, carpendone tuttavia preziose informazioni per salvare l’amica in pericolo. Tra uomini apparentemente suicidi, cameriere in casa di ufficiali costrette a vedere episodi irripetibili, venditori di collane d’oro che dopo sequestrano con la violenza ai compratori per continuare il loro traffico, camere buie e vuote, servi del potere industriale che hanno diritto di morte sulla vita degli operai, si snoda la storia di Adina e degli altri, in corsa – o nel sogno della corsa – finalmente libera verso il riscatto della rivolta, verso il confine di Timisoara…

Herta Müller (1953), nata nel Banato tedesco di Romania, perseguitata prima perché appartenente ad una minoranza, dopo come cittadina romena dissidente in regime di dittatura, infine fuggita a Berlino Ovest nel 1987, romanziera, saggista e poetessa, ha vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 2009 con la seguente motivazione: “ […] con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa, dipinge il paesaggio degli spodestati”. Le sue opere infatti descrivono il lungo trauma di una generazione che ha visto infrangersi i propri ideali due volte, sia sotto la dittatura, sia all’indomani della sua fine, a seguito di un rimpasto che ha salvato nei centri del potere molti colpevoli del regime abbattuto. La volpe era già il cacciatore, pubblicato la prima volta in Germania nel 1992, appare come una sequenza di quadri dal colore vivido e a tratti disturbante, al cui interno i personaggi, gli animali, i luoghi, finanche gli edifici sono ognuno allegoria di concetti universali: l’amore, l’odio, l’amicizia, il tradimento, la viltà, la paura, il potere. L’intreccio della trama emerge solo a tratti e non si concede mai del tutto al lettore, elemento coerentemente marginale a fronte delle emozioni stranianti che chi scrive sente urgenza di trasmettere, come fossero fresche di ieri e quindi mai elaborate nella quiete della rimozione. E in effetti, pur trovandosi a volte in difficoltà nel rintracciare i fili del senso al quale generalmente ci ha abituati lo storytelling, lo stile e la testimonianza della Müller ci coinvolgono con una marea sempre più crescente, ci fanno entrare nel suo mondo, che nonostante la violenza e la depauperazione subite conserva con tenacia una profondissima umanità.



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