La zattera

La zattera

Alla fine del 1991 ha lasciato l’Albania alla volta dell’Italia. Era giunta poco prima della nave “Vlora” con il suo carico di circa ventimila profughi, che di li a poco sbarcherà nel porto di Bari: un evento indelebile nella storia pugliese e nazionale. Ora lavora a Taranto, in un grande call center. A Taranto funziona un po’ così il mercato del lavoro: le donne sono impiegate al call center, gli uomini lavorano all’Ilva. E poco male se i turni di lavoro sono così diametralmente opposti che sotto lo stesso tetto non ci si incontra quasi mai. Neppure per dormirsi accanto. Ci si deve accontentare del calore o del profumo del proprio coniuge dormendo nella sua metà del letto. C’è chi ha cominciato il lavoro al call center per essere indipendente subito dopo aver terminato la scuola, chi per pagarsi gli studi del Conservatorio e per coltivare il sogno della lirica, chi perché con una laurea in mano non è riuscito a trovare di meglio che una cuffia e una postazione con un pc: quasi fossero delle zattere di salvataggio…

Molto si è scritto e si scriverà sul lavoro all’interno di un call center. Ha cominciato Michela Murgia che, con la sua storia agrodolce che Paolo Virzì in seguito ha portato anche sul grande schermo, ci ha strappato anche delle sonore risate. Eppure il call center è una realtà multiforme e poliedrica, che cambia di continuo. L’opera di Fulvio Colucci, di cui ricordiamo anche un lavoro interessantissimo sull’Ilva, Invisibili, è quello che attualmente si avvicina di più a quella che è la realtà lavorativa di moltissimi cittadini. Si parla di precariato, di contratti a progetto, di donne e uomini la cui vita lavorativa è appesa ad una cuffia, la cui pazienza, le cui competenze vengono quotidianamente messe alla prova dai clienti e da coloro che gestiscono queste imprese. Le sei storie che Colucci racconta sono storie legate al call center “Teleperformance” (un colosso nel settore), attualmente in crisi. Nessuno si piange addosso. Nessuna autocommiserazione. Si sta nella propria zattera pronti a remare: speriamo tutti assieme nella direzione di maggiori diritti per i lavoratori e minore flessibilità. Difendere il proprio posto di lavoro è un dovere: niente di più, niente di meno.



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