La zattera della Medusa

La zattera della Medusa
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18 luglio 1816. All’orizzonte l’equipaggio della nave “Argus” individua una sagoma bizzarra. Una forma indefinita galleggia sull’acqua e a mano a mano che si avvicina i suoi contorni diventano più chiari e più inquietanti. Un relitto. Un insieme di assi di legno con una vela sopra. A chi appartiene? Da dove arriva? Che cosa rappresenta? Di certo non può riguardare il vascello “Medusa”, pensa il capitano Parnajan. All’improvviso si muove una figura sul relitto. È ciò che resta di un uomo, ora ridotto a uno scheletro dalla barba incolta e la pelle ustionata. Brulicano altre figure sotto il sole. Sono quindici uomini. Quindici superstiti che da tredici giorni vagano nel mare al largo delle coste dell’Africa occidentale, su quella zattera di fortuna, scampati alla morte che è toccata ai loro compagni. Vengono tratti in salvo, ma il capitano Parnajan è incredulo e disgustato. Il loro aspetto e il loro odore sono terribili, come hanno fatto a resistere? Quegli uomini hanno bevuto la loro urina e mangiato altri uomini. Strisce di carne essiccata penzolano ancora sulle corde legate alla zattera. Non può essere umano tutto ciò. Dopo il varo a Rochefort, sulla costa atlantica, è davvero questo che è accaduto agli uomini della “Medusa”? A farsi avanti è il secondo ufficiale medico, Jean Baptist Henri Savigny. Anche il geologo di bordo, Alexandre Corréard, è vivo o semi vivo. Sono presenti Jean Daniel Coudein, allievo ufficiale a cui era affidato il governo della zattera, in pieno delirio religioso, e Hosea Thomas, il mozzo ormai catatonico. Cinque degli uomini recuperati muoiono quella stessa notte, gli altri vengono ricoverati in Senegal in condizioni inumane, col minimo dell’assistenza. I sintomi della pazzia sono evidenti. Come si potrà evitare che tutto questo arrivi alle orecchie della gente? Quegli uomini, che sono sopravvissuti al naufragio, alla disperazione, era meglio fossero morti per non causare un’umiliazione alla Francia…

Uno dei più tragici naufragi della storia marittima, uno degli eventi più raccapriccianti con cui la Francia da sempre fatica a confrontarsi. È il 1816 quando la fregata francese “Medusa” (varata nel 1810 e reduce dagli scontri navali con Napoleone), si incaglia a causa di un errore umano sui banchi di sabbia d’Arguin, al largo della Mauritania. Area famosa per i numerosi naufragi. La “Medusa” naviga veloce e lascia alle proprie spalle le navi d’appoggio: “Argus”, “Echo” e “Loire”, per poi sbagliare rotta. A bordo della nave ci sono famiglie in cerca di una nuova vita in Africa, fiduciose di conquistare prestigio e ricchezza nello sfruttamento di una terra selvaggia. La loro esistenza s’infrange tra le onde a causa dell’incompetenza del vanesio e inetto capitano Hugues Duroy de Chaumareyes (che mai ammetterà l’errore e verrà processato solo anni dopo, grazie alla pressione dell’opinione pubblica). Le poche scialuppe non possono ospitare gli oltre quattrocento esseri umani che si trovano sulla fregata. In 147 sono costretti ad adattarsi a stare sulla zattera, si dimezzeranno nel giro di pochi giorni, tra suicidi e omicidi, per ridursi a 15 al momento del recupero. Il romanzo scritto da Franzobel, pseudonimo dello scrittore austriaco Franz Stefan Griebl, non affronta solo il tema del tragico naufragio e gli aspetti più crudi della lotta per la sopravvivenza (la fame porta gli uomini a mordersi le dita per bere il sangue, a spremere le bolle sulla pelle per succhiare il pus, fino a sfociare nel cannibalismo). Nel corso della narrazione, con schietta ironia e immagini spietate, vengono evidenziate le ingiustizie a bordo della nave, gli abusi sugli uomini dovuti alla differenza di rango, la totale iniquità delle punizioni. Un soldato viene frustato a morte per una bestemmia (che tra l’altro non ci sono prove abbia detto lui), la vita umana vale poco, almeno quella degli svantaggiati. Conosciamo uomini che fino all’ultimo tentano di restare civili e altri che dal principio cedono alla bestialità. Lo stile di Franzobel è vivace, incline al grottesco, ma capace di spezzare l’orrore della narrazione inserendosi con citazioni cinematografiche: l’ufficiale Reynard ha l’aspetto di Lino Ventura, il bel Espiaux il volto à la Alain Delon, il possente Hosea muscoli guizzanti à la Schwarzenegger. Grazie alla relazione stesa dal medico Savigny e da Corréard – messa al bando ma fatta circolare clandestinamente – al tragico naufragio il ventinovenne Théodore Géricault ha dedicato nel 1819 la sua prima grande opera a olio. Per ottenere una rappresentazione realistica dei fatti ha intervistato i sopravvissuti, studiato il moto ondoso e visionato persino numerosi cadaveri per avere una chiara rappresentazione del tono muscolare dei corpi. Oggi il quadro è conservato al Louvre. Del 1994 invece è il film del regista Iradj Azimi, che tende a sottolineare la distinzione tra vite meritevoli di essere salvate, quelle degli ufficiali e delle loro famiglie messe al sicuro sulle scialuppe, e le esistenze senza valore di marinai e soldati, stipate sulla zattera di fortuna. Ancora oggi la ferita resta aperta.



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