La zia Julia e lo scribacchino

La zia Julia e lo scribacchino
Mario, giovane piuttosto brillante, è il direttore delle informazioni di Radio Panamericana: nome pomposo di un lavoro poco remunerativo ma abbastanza interessante da far crescere a dismisura le aspirazioni letterarie di chi lo compie. Pedro Camacho è invece il Balzac creolo, inventore delle contorte e truculente storie raccontate a Radio Lima, che tanto appassionano gli abitanti della città, Mario tra tutti.  Sullo sfondo, una famiglia borghese un po’ rigida, quella di Mario, che si ostina a trattarlo come un bambino nonostante i suoi risultati: una piccola grande umiliazione che non si riservano di fare anche dinanzi alla zia Julia, l’affascinante zia acquisita, recentemente divorziata di cui s’invaghisce a dismisura nonostante l’evidente differenza d’età. Mario smuoverà mari e monti per riuscire a convolare a nozze con lei, mentre le storie di Pedro Camacho  imperversano, raccontando ora di Don Federico, padre padrone con manie ossessive, ora dello stupro della mora Teresita e del suo bambino Seferino, ora di molti altri ancora finchè vicende e personaggi si confonderanno fra loro in un colorato e confuso calembour di storie…
La zia Julia e lo scribacchino racconta due storie parallele, quella del giovane Mario-inevitabile l’autobiografismo, dato che anche Mario nasce come “scribacchino” e si innamora della zia Julia, ovvero Julia Urquidi Illanes, a cui il romanzo è dedicato, anche se lo stesso Vargas Llosa confesserà che “ci sono più invenzioni, tergiversazioni ed esagerazioni che ricordi”- e dello scrittore boliviano Pedro Camacho, il cui successo maschera in realtà una vita non troppo agiata e una fantasia tanto feconda da tramutarsi in follia. I capitoli dispari parlano di Mario mentre quelli pari, dal 2 al 18, raccontano i romanzi radiofonici di Camacho: ma dalla quarta “novela” qualcosa non torna, i personaggi muoiono, tornano in vita, compaiono in altre storie. Realtà e finzione si intrecciano in un variegato panorama di figure e situazioni orchestrate magistralmente dalla mente geniale di una architetto letterario come Mario Vargas Llosa, storie e registri si confondono tra di loro, altalenando tra generi letterari e tra tragico e comico. Il lettore sbadato avrà bisogno forse di una bussola per ritrovare il filo degli eventi qualche volta  ma di certo confermerà che pochi scrittori hanno la fervida fantasia e l’abilità letteraria dell’autore peruano. Da ogni riga scaturisce un’irrefrenabile vitalità e  il romanzo piano piano diventa un funambolico gioco letterario costruito, con enorme abilità, da un indiscutibile maestro, come se si trattasse di una realtà parallela, a riprova che, come lui stesso sostiene, “scrivere romanzi è un atto di rivolta contro Dio, contro quell’opera di Dio io che è la realtà”.

 

 

 
 
 
 
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