Ladri di foglie

Ladri di foglie

Il vento fa a pugni con il mondo, gonfia i muscoli, soffia e sibila. Può rubare qualsiasi cosa, anche quello che sembra invisibile, ma soprattutto il vento ruba le foglie… Il pescatore prima di salire sulla barca guarda sempre il cielo, anche se come lui ha una lancia con cui può pescare senza preoccuparsi del tempo… Il ragazzo che adesso ha quasi sessant’anni, ex suonatore, ogni sera prima di sedere a tavola accende tre candele, come gli ha insegnato la nonna… Bisogna resistere al nervosismo, altrimenti tutta la giornata va storta. Ci si riesce se con la mente si va in universi paralleli o perpendicolari… Quel giorno le lucertole bianche dentro la sua testa si spaventano, mentre il suo corpo impatta sul terreno verde e piano… Una frustata di sole che arriva dal lago e illumina il tavolo lungo, mentre il matador lancia nell’aria frasi che come boomerang… Le scarpe nuove come e dalla forma assurda le ha pagate una cifra ragionevole, come il suo abbigliamento, da pensionato… Ungia Negra è tra il torrente dal cattivo umore e il bosco malfidente verso la luce, la piccola casa di pietra quasi invisibile è lì… Tra le mani stringe, oltre alle bacche di cipresso per combattere le influenze malvagie, anche una vecchia foto… La zia gli ha comprato quei brutti sandali da frate, nonostante il suo pianto e gli strepiti e si è beccato anche tre sberle… Nel bar sgangherato con il piccione che saltella tra i tavolini c’è lui e una razzumaglia di persone con cui gli è facile attaccar briga… Vive in una tenda da campeggio, vicino al laghetto, in mezzo alle piante, dicono che si sia perso… Il mago d’Acqua Palankuatt aspetta di poter vedere il volto della Donna Piovosa… Tito non capisce come mai alla terza volta che apre un ombrello, quello immancabilmente si rompa… Il prete ha nella tasca il rosario che era di sua madre e prima di sua nonna…

Ladri di foglie è una raccolta di racconti opera di Davide Bernasconi, nato a Monza e cresciuto sul Lago di Como, in arte Van De Sfroos, nome che ha ripreso da un’espressione tipica del dialetto laghée che si traduce con "vanno di frodo". Quindi Davide Van de Sfroos, cantautore con una lunga carriera musicale, vincitore di prestigiosi premi come il Premio Carta e per ben due volte il Premio Tenco, dopo aver pubblicato cinque romanzi si è cimentato in un nuovo testo narrativo complesso e avvolgente. Quindici storie in cui le foglie uniscono e si passano il testimone da un “foglio” all’altro, frasi dense e poetiche per presentare al lettore uomini e donne improbabili, in precario equilibrio nella quotidiana esistenza e mirabili descrizioni di paesaggi tormentati dagli elementi meteorologici. Pagine melanconiche in cui ogni parola è ricercata e scelta in maniera quasi maniacale, con un’abbondanza di metafore così articolate e criptiche che talvolta fanno perdere il filo del racconto. È una lettura da meditazione, come una grappa elevata in barrique di rovere francese: un aroma erbaceo fresco di menta e liquirizia, un gusto armonioso e rustico, virile, sincero e generoso.



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