L'Agnese va a morire

L’Agnese va a morire
Grossa, taciturna, un po’ ruvida, l’Agnese fa la lavandaia e lavora duro, per sé e per il marito Palita, che è stato malato da giovane e non può faticare nei campi. Una sera di settembre, quando l’armistizio del ‘43 ha già sprofondato l’Italia nel caos, mentre sta spingendo la carriola colma di panni bagnati, l’Agnese incontra un giovane soldato che ha lasciato l’esercito e sta tornando a casa. Gli dà ospitalità, ma i tedeschi a caccia di disertori gliela fanno pagare cara. Non avendo trovato il ragazzo, si portano via Palita. Lo caricano su un treno stipato di gente come un carro di bestie da macello, e lui muore senza nemmeno arrivare a destinazione. Rimasta sola, l’Agnese comincia a fare la staffetta per i partigiani che erano amici del suo Palita. Porta esplosivi nella sporta, pedalando a fatica sulla bicicletta ondeggiante. Ma in paese tornano i nazisti con le loro facce bionde e sbiadite, gli elmetti calcati fino alle orecchie. Si installano nelle case requisite e un giorno uno di loro, ubriaco, si scapriccia d’ammazzarle la gatta. Agnese non dice nulla, posa sotto un albero il cadaverino e rimane seduta sull’erba, silenziosa, immobile. Quando fa buio, trovato il soldato addormentato, prende il suo mitra e gli spacca la testa col calcio, con lo stesso gesto fermo e deciso con cui sbatteva le lenzuola fradice sull’asse del lavatoio. Poi, le ciabatte scalcagnate ai piedi, senza nemmeno un fagotto, va a raggiungere i partigiani e diventa per loro “mamma Agnese”. Cucina, lava la loro roba, è sempre in movimento perché a nessuno manchi niente, non si tira indietro davanti al pericolo. E intanto si avvia verso il destino annunciato fin dal titolo...
Renata Viganò ha partecipato attivamente alla Resistenza in una brigata che operava nelle Valli di Comacchio, col grado di tenente e il nome di battaglia di Contessa. Sarà per questo che ogni riga de L’Agnese va a morire, scritto a caldo nel 1949, a breve distanza dai fatti narrati, ha il sapore sincero e minuzioso della verità, e il clima della vita partigiana, “antiretorico, antidrammatico, casalingo e domestico” nonostante lo stare alla macchia, braccati dalla morte, appare così autentico. Del resto, pure l’Agnese del libro è esistita sul serio, benché con un altro nome. Anche a lei un tedesco aveva ucciso la gatta per gioco e lei lo aveva fatto fuori scappando poi dai partigiani, fra i quali la Viganò l’aveva conosciuta. Ma l’Agnese reale s’ingigantisce in quella letteraria, fino a diventare il simbolo imponente di un intero popolo che imbraccia le armi e si ribella. Perché questa, sottolinea Sebastiano Vassalli, è stata la Resistenza: “una guerra di popolo, la prima autentica guerra di popolo della nostra storia”. Agnese, che regge sulle sue spalle anziane e robuste tutto il peso del romanzo, dominandolo con la sua figura massiccia, combatte la sua guerra senza incertezze, spinta non da un’idea politica, ma da qualcosa di superiore, l’intima consapevolezza di ciò che è giusto. La stessa istintiva certezza contadina che sa quando è ora di arare la terra o di piantare un seme. Da L’Agnese va a morire nel 1976 Giuliano Montaldo ha tratto un film, ma il liscio volto d’attrice di Ingrid Thulin, che veste i panni della protagonista, non riesce a sovrapporsi alla faccia anonima, larga e rugosa del romanzo. L’Agnese entra nel cuore e nella memoria come la descrive Renata Viganò, sgraziata, pesante, con le grandi mani che hanno trovato il coraggio di uccidere quando è venuto il momento buono, col grande corpo calmo e lento diventato stranamente piccolo dopo che i tedeschi le hanno sparato. Di lei è rimasto solo “un mucchio di stracci neri sulla neve”, ma lo spirito che ne emana è immenso. E la sua fine, a cui eravamo preparati fin dall’inizio, non ci lascia il gusto amaro della sconfitta. Perchè è da sacrifici come quello di Agnese che è rinata la libertà.

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