Lala - Sotto il segno dell’acero

Lala - Sotto il segno dell’acero
1919. Bastava un titolo per iniziare, storia dopo storia, e quello sarebbe stato Sono del segno della foglia d’acero, perché nelle storie​ narrate​, così, per piacere, il suo vissuto era occasione di poesia. Senza limiti né confini. Potevamo perfino ascoltare il perché del suo nome. Era bella, bella come una piccola bambola, e la chiamarono dunque «Lala», «bambolina». Un tempo avrebbe voluto «raccogliere e elaborare tutti i suoi radiodrammi, rimpinguarli un po’ e pubblicarli; ma proprio allora nacqui io». Lei è Lala Bieniecka e lui è Jacek, cioè il nipote: a stento la associa all'immagine di ieri e, senza sapere come e perché i ricordi rimettendosi in piedi riprendano il cammino, stando pure attento alla nonna silenziosa di oggi, non ha mai lasciato sprofondare nell'oblio la sua storia. Gli amici, i cugini, gli amori e i passeggeri degli espressi della linea Danzica-Varsavia e Varsavia-Danzica l'hanno già ascoltata e ora tocca a lei, la destinataria reale, che forse non la ricorda più...
Dov'è che ha inizio la storia di Lala e, sperando di individuare un lettore sensibile, dov'è che la memoria dei giovani siede a proprio agio attorno al tavolo dei ricordi dei nonni? No, non ci stiamo sbagliando: sono proprio questi i fascini della narrazione di Jacek Dehnel. Una nonna forte di vita, di "trappole e trabocchetti", narratrice di esperienze, di storie complicate. Lo sguardo non si ferma sulla nonna «seduta come una vecchia imperatrice cinese, dimentica del potere e dei doveri, imbacuccata in plaid e larghi gilet, infine così sparuta, piccola e leggera», ma si sporge sul mosaico familiare; il libro è un ghazal - il ghazal è una "poesia come una collana di perle" - e dunque raccoglie aneddoti e dialoghi che parlano di passato, tenerezza, fortuna e sfortuna, gioie, ironie e metafore. Le premesse sono delle migliori, fermiamoci qui.

 

 

 

 
 
 
 
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