Lamerikano

Lamerikano
New York può essere descritta in mille modi. Con lo sguardo di un bambino nel quartiere nero, con il sorriso di una madre stanca ad una partita di baseball, con la rassicurante e talvolta strafottente disponibilità dei poliziotti, con la gentilezza di un estraneo che si avvicina ad un turista né per vendere né tant meno per derubarlo ma per offrigli aiuto visto che ha la piantina in mano e sembra smarrito. Ecco una città che per decenni ha rappresentato, infervorato, eccitato l'immaginario collettivo italiota: ci sono tanti modi di raccontarne un pezzo, perché tutta intera proprio non si può, anche il villaggio più recondito e minimale non si può esaurire con qualche descrizione. Allora meglio l'impressionismo personale, la fotografia del quotidiano che però è costante, catturare l'essenza e l'istante più che teorizzare sui massimi sistemi. Non sempre tutto quanto riesce, ma talvolta invece sì. Magari se a scrivere poi è uno studioso di sociologia della comunicazione , di mentalità aperta, innamorato della Grande Mela e sempre più deluso dal Paese di nascita, questa Italia bislacca e talvolta incivile…
Lamerikano di Stefano D'Andrea è un libro riuscito. Linguaggio agile, sintetico, tipico di post pubblicati su blog con rapide ed efficaci notazioni sul quotidiano dei  newyorchesi, spesso partendo o arrivando a situazioni analoghe vissute in Italia. Il paragone che ne nasce ovviamente è ingeneroso per noi. Come spiega il sottotitolo al libro, gli statunitensi sono ancora capaci di sognare, gli italiani no. E così anche la metropoli di una nazione di fatto senza storia, nata appena duecentocinquanta anni fa o giù di lì ma che fino all'alba del ventunesimo secolo era grande ed invincibile, supera e surclassa la gloriosa Italia dalla storia millenaria, sempre più affogata nelle proprie miserie e contraddizioni etiche, sociali politiche ed economiche. Il progetto del libro è una di quelle storie semplici e vere, anche se tipicamente internettiane. A dimostrazione che come al solito il virtuale può essere o diventare solido e  concreto, in quando mero mondo strumentale che non elimina il reale, anzi lo  arricchisce. Come si legge nella breve ed esauriente introduzione, la “non solo blogger” Viviana Musumeci affida al “quasi cosmopolita” Stefano d'Andrea una rubrica virtuale nella quale postare dei paragoni tra ciò che si vede nella Grande Mela e ciò che è diventata o rimasta l'Italia. Interessante operazione. Certo randomizzata, autoreferenziale, quasi schizofrenica, visto che lo stile risente della natura “bloggeriana”: i frammenti sono immediati, circoscritti, hanno poco in comune con la “vecchia” Letteratura o con il giornalismo di una volta. Ma indubbiamente ci piace come D'Andrea, a suo rischio e pericolo, ci notizia le sue impressioni da esule. E se lo dice uno come me che non ha mai amato New York e gli Usa anche in un periodo dove questo sentimento doveva e poteva, secondo gli altri, solo essere connotato da matrici politiche e non meramente di gusto, vuol proprio dire che è un libro che vale la pena di leggere.

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