L'amico ritrovato

L’amico ritrovato
1932. Hans Schwarz e Konradin von Hohenfels frequentano la stessa classe al Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda. Oltre a ciò e all’avere la stessa età, poche altre paiono essere le analogie tra i due ragazzi, il primo figlio di un medico ebreo e discendente di una spartana famiglia di piccoli commercianti, l’altro giovane rampollo biondo di una famiglia nobile. Invece tra i due si instaura una tenera amicizia basata su confidenze e complicità, un rapporto bello e puro come solo a quell’età possono nascere. Ma le differenze che segnano i due ragazzi sono destinate ad emergere e ad allontanarli inesorabilmente: Konradin, che inizialmente aveva abbandonato ogni diffidenza per entrare sempre più a contatto con il mondo di Hans e con la sua famiglia, mostra i primi segni di insofferenza. Si tratta di un distacco legato a divergenze politiche; l’estrazione ebrea dell’amico poco si confà alle inclinazioni filo-hitleriane degli Hohenfels, i quali portano il figlio a evitare quasi del tutto l’amico. Dolorosamente Hans scompare dalla vita di Konradin, che è tristemente convinto di averlo perso per sempre…
L’amico ritrovato non affronta direttamente l’incubo dell’Olocausto, lo sfiora senza entrarvi, facendo percepire l’imminenza di una tragedia senza per questo descriverla nel corso della narrazione. La fine di un’amicizia può apparire come una vicenda solo in parte dolorosa se confrontata con l’immane dramma che coinvolgerà l’Europa e il mondo intero di lì a poco, ma è sufficiente a far capire anche a giovani lettori la portata devastante delle folli ideologie totalitarie del Novecento, in particolare di quella nazista. Nel romanzo l’amico perso in gioventù si riscopre ritrovato, fedele a quell’immagine di ragazzo cordiale e privo di pregiudizi che l’aveva reso tanto prezioso agli occhi del compagno di scuola Hans: una storia commovente e intensa che ha fatto emozionare i lettori di tutto il mondo. Fred Uhlman non ha però goduto della meritata fama in vita: il successo del suo romanzo è infatti arrivato dopo la sua morte. Un peccato per un autore che, seppur poco prolifico ha dimostrato di saper esplorare in maniera acuta e poetica ciò che è tragicamente stampato nella memoria collettiva come il più grande genocidio della storia, ricordando a lettori, giovani e non, la futilità e la pericolosità dell’odio razziale.

 

 

 
 
 
 

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