Lasciami l’ultimo valzer

Lasciami l’ultimo valzer
Le figlie del giudice Beggs possono permettersi di fare tutto quello che vogliono. È la sicurezza che infonde loro il padre a farne ragazze decisamente libere e spregiudicate per l’Alabama di inizio Novecento, ed è quella stessa sicurezza a fare di loro figure senza una vera e propria coscienza e forza spirituale interiore. Austin e Millie hanno cresciuto le loro bambine facendole diventare molto presto giovani donne impazienti di spiccare il volo lontano dal nido. Piccoli litigi e prevedibili invidie fanno parte delle giornate delle giovani Beggs. Ed è così che, anno dopo anno, Dixie, Joan ed Alabama si trovano ad essere ansiose di crescere e allontanarsi da quei genitori tanto presenti quanto amati. Alabama, la più piccola, in men che non si dica si sente pronta a fronteggiare il suo futuro che avanza, un futuro che ha l’aspetto dell’attraente pittore David Knight. New York, Parigi, Europa ed America: il mondo non ha limiti quando l’amore e la giovinezza trascinano dall’altra parte del globo due anime gemelle, inseguendo una felicità difficile da raggiungere e che sembra sempre nascosta dietro l’angolo sbagliato. Tra rancori, orgoglio, sogni infranti e tanti errori, sono numerosi i motivi che possono far naufragare un matrimonio, ma altrettante sono le possibilità di far rinascere l’amore, come fosse una fenice che non muore mai realmente…

Se buona parte della sua vita coniugale Francis Scott Fitzgerald l’ha fatta diventare immortale, descrivendola nei suoi libri, quel che ne resta lo troviamo in Lasciami l’ultimo valzer, scritto dalla moglie Zelda Sayre Fitzgerald. Il volume, scritto in sei mesi febbrili durante il ricovero in una clinica nel 1932, è il tentativo di sedare le proprie turbe ed ossessioni. Ormai dismessi i panni della flapper e lontana anni luce dalla vita dorata dei suoi ruggenti anni Venti, Zelda è diventata l’ombra di se stessa. La clinica Phipps di Baltimora è lo studio che vede la genesi di questo romanzo. Il manoscritto originale venne severamente vagliato e modificato dall’occhio critico di Scott, che non vedeva di buon occhio tutti i rimandi chiaramente autobiografici dell’opera. Quello che è arrivato fino a noi è un libro dalla scrittura quasi barocca, vicina com’è ad un gusto che ormai, in piena Depressione, aveva già lasciato il posto ad un realismo secco e freddo, anche in letteratura. Pur nato demodé, lo sforzo letterario di quella che è sempre stata considerata “la bella della coppia” è un esercizio di stile che non lascia indifferenti per ricchezza di volute stilistiche e arrangiamenti lessicali figurativi degni dell’Art déco. Ma soprattutto quello che Zelda ci consegna sono ricordi reali di una donna che guarda al passato vissuto con una lontananza quasi commovente, come se ci volesse ricordare che il passato, appunto, lo si può rivivere soltanto con la memoria, al contrario di quello che Gatsby e lo stesso Fitzgerald pensavano.

 

 

 

 
 
 
 

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