L'assoluzione

L'assoluzione
Louis Bapaume ha prenotato per la notte una stanza d’albergo nel paese di Saint-Aldor, ma l’auto su cui viaggia ha un guasto, e così è costretto a raggiungere a piedi la stazione, il luogo abitato più vicino. Un paio di chilometri per un uomo di quarantatré anni non sono una gran fatica, a meno che non debba camminare in mezzo alla neve, circondato dai boschi, nel buio che a poco a poco immerge i dintorni del paese in cui ha insegnato musica un ventennio prima, e dove è tornato per regolare un conto con la propria coscienza e ricevere finalmente l’assoluzione. “Louis aveva posato il bagaglio e appoggiato la schiena al muro. Finché aveva camminato, non s’era reso conto di quanto fosse stanco. Adesso, il suo corpo sprigionava una sorta di tristezza. Il suo cuore batteva come se andasse e venisse all’interno del suo petto, stelle splendevano alla periferia dei suoi occhi in minuscole esplosioni”. Appena arriva racconta al tenente Hurtubise, capostazione, di essere diretto alla villa dei von Croft, dove ha appuntamento la mattina successiva a mezzogiorno: anche se il paese è sconvolto dalla scomparsa della figlia bambina del sacrestano, il suo programma non può subire ritardi perché è il 22 dicembre, e Bapaume deve suonare l’organo in Notre Dame di Montreal durante la messa di Natale...
L’Assoluzione ha vinto il Grand Prix du Livre de Montréal nel 1998 e l’autore Gaétan Soucy è considerato il più importante scrittore canadese francofono vivente. La sua scrittura è senz’altro potente, e capace di rendere avvincente anche l’angoscioso tormento interiore di un uomo qualsiasi. Duecento pagine in un’atmosfera lugubre e misteriosa al limite del macabro, fitte di oggetti e dettagli – orsacchiotti rotti, trappole, molari, dita spezzate, spartiti musicali, lettere e appunti scritti a mano – magnificamente descritti e ambientati che costituiscono il mezzo sacro con cui Soucy struttura il romanzo: la liturgia struggente che un uomo decide di operare su se stesso per elaborare un lutto vero, e per celebrare la finta morte delle proprie speranze e aspirazioni, sempre pronte a riemergere dal cassetto.

 

 

 

 
 
 
 
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