Le abitudini delle volpi

Le abitudini dele volpi

Erlendur, come fa ogni tanto, sta passando qualche giorno da solo a Bakkasel, alle pendici del monte Urðarklettur, nel casale abbandonato in cui tanti anni prima abitava con la sua famiglia. Ormai la casa mezzo diroccata e il terreno appartengono a una banca o a chissà chi: nessuno si è mai accorto che lui si accampa nel rudere ogni volta che capita ad est. Il luogo è desolato, non si incontra anima viva, tranne a volte un anziano contadino-pastore del luogo, Bóas, che è sulle tracce di una volpe particolarmente astuta e vorace che gli sta decimando il gregge. Il poliziotto venuto dalla città e il fattore islandese fanno lunghe passeggiate scambiando pochissime parole. Nelle vicinanze stanno costruendo una diga enorme e lo stabilimento per la fabbricazione dell’alluminio di Reyðarfjörður: probabilmente la zona non rimarrà così desolata a lungo. Erlendur e Bóas setacciano le tane di volpe: gli animali utilizzano sempre le stesse, di generazione in generazione. Alcune tane sono vecchie di secoli. Ben presto il cacciatore si rende conto che il poliziotto non è lì per caso e lo riconosce. È lui l’uomo tormentato che ogni tanto vaga per la zona come uno spettro e dorme nel rudere. Ha sentito dire che è per il fratello. Per il bambino morto. Ha sentito dire che vuole ritrovarlo…

Tutti gli appassionati lettori della saga dei poliziotti islandesi che Arnaldur Indriðason porta avanti dal 1997 lo sanno bene: nel passato del taciturno detective Erlendur Sveinsson si cela un terribile lutto. Quando era bambino e la sua famiglia viveva in un piccolo villaggio della costa orientale, sulle rive di un fiordo, una tempesta di neve ha sorpreso lui, suo fratello minore e loro padre durante una passeggiata in montagna, dividendoli. Suo fratello Bergur non è mai tornato a casa. Una delle immagini dell’infanzia di Erlendur più chiaramente impresse nella sua memoria è il padre seduto sul bordo del letto con la testa tra le mani, che non sa darsi pace. In questo memorabile romanzo, il poliziotto decide di esorcizzare i fantasmi del passato, e ripercorre “i suoi luoghi oscuri” nella speranza di recuperare i poveri resti del suo fratellino, a distanza di così tanti anni. Su un binario parallelo eppure convergente scorre l’indagine su un’altra sparizione avvenuta in quei luoghi remoti, quella di una giovane sposa che nel gennaio 1942, la stessa notte di tregenda in cui un intero battaglione di soldati inglesi tentò di valicare il passo di Hrævarskörð con esiti disastrosi, si perse tra la neve. La narrazione ha come al solito un incedere lento, è pressoché priva di scene d’azione, ma le pagine vibrano di un’energia oscura fatta di amarezza, rancore, disperazione. Un urlo silenzioso riecheggia per le cupe montagne senza alberi dell’Islanda: se siete convinti che le morti disperate o violente lascino una traccia nel luogo in cui sono avvenute, non incamminatevi sul brullo sentiero che si inerpica sul monte Urðarklettur al fianco di Erlendur Sveinsson.



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