Le acque torbide di Javel

Le acque torbide di Javel
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Parigi, dicembre 1957. Sulla capitale francese cade una leggera pioggerellina e rue de la Saïda, piena periferia, non fa eccezione. Nestor Burma, investigatore privato, scende dall’auto e si avvia verso un immobile modesto, segno della povertà della zona. È stato chiamato da una donna che non ha voluto rivelare nulla. Nel cortile dell’edificio trova due bambini che stanno fumando una sigaretta, sebbene non ne abbiano l’età. Chiede loro di indicargli l’appartamento della signora, poi di chi siano le mutande provocanti appese ad un filo. Sono di Jeanne, dicono. Ma Jeanne non è la persona che lo ha chiamato, purtroppo. Hortense Demessy è colei che lo ha contattato. La sua casa è spoglia, non ha molte cose da offrire all’investigatore che tuttavia si accontenta di un goccio. Infatti suo marito Paul è operaio, lei è casalinga. Ed incinta. Paul Demessy è una vecchia conoscenza di Burma: Paul era un barbone e Burma lo aveva coinvolto anni fa in un’operazione e, come ricompensa, lo aveva fatto uscire dalla situazione in cui era. Il problema, rivela la signora, è che suo marito ora è scomparso da tre giorni...

Léo Malet è considerato, assieme a Georges Simenon e André Héléna, uno dei maggiori rappresentanti del poliziesco francese, genere del tutto innovativo per gli anni ‘50, così come lo poteva essere il film Les 400 coups di Truffaut, manifesto della Novelle Vague francese. Quello che però era rivoluzionario per il secondo dopoguerra, può apparire antiquato e un po’ polveroso nel ventunesimo secolo. E ci si può dunque chiedere sotto quale luce vedere il romanzo. Ovviamente la trama può apparire forse poco spettacolare a tratti, ma al contempo è originale, ben organizzata e coerente per tutto il libro, salvo infiacchirsi un po’ nel finale. L’investigatore Nestor Burma è un personaggio consolidato per Malet ed è parte della serie Les noveaux mystères de Paris. L’elemento più importante del testo tuttavia non è né lo stile, né il personaggio, ma bensì il tema, profondamente intrecciato con i fatti dell’epoca. Nel 1957 è in pieno svolgimento il conflitto algerino, che i francesi hanno sempre – e a torto – rinnegato. Il libro della Malet ne risente moltissimo: gli algerini sono visti come causa di tutti i mali di Parigi dell’epoca, spesso sono appellati semplicemente “nordafricani” e solo una volta – tra parentesi, per giunta – è citato il FLN (Front de Liberation National) movimento indipendentista algerino. La posizione dell’autore è limpida. Solo un miope relegherebbe il romanzo agli anni ‘50 senza prenderne spunti per riflettere sui vari confitti di oggi. Historia magistra vitae. E noi vogliamo essere buoni alunni. E ipervedenti.



 

 

 

 
 
 
 

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