Le anime morte

Le anime morte
Nella prima metà dell’Ottocento nel governatorato russo di Tambòg, data la scarsa densità della popolazione, vengono concessi gratuitamente vasti appezzamenti di terreno a coloro che, possedendo un discreto numero di contadini, ne possano trasferire una parte per bonificare quelle terre incolte. Pàvel Ivànovic Čičikov, un modesto funzionario doganale, decide di cogliere l’opportunità mettendo in atto un ardito stratagemma. Parte per un viaggio nelle campagne del nord della Russia nell’intento di convincere i vari proprietari terrieri che incontra a vendergli a vilissimo prezzo un gran numero di anime morte. Con questo termine all’epoca venivano designati quei servi contadini che, pur essendo defunti, dinanzi alla legge risultavano ancora in vita fino al censimento successivo, costringendo i loro padroni al versamento delle tasse previste. Giunto nella capitale del governatorato N., l’astuto Čičikov riesce ad accreditarsi come persona di buona educazione e condizione sociale, facendo breccia di volta in volta nell’indole accondiscendente e leziosa di Manilov, nell’arcigno cinismo dell’anziana Korobočka, nell’irrequietudine estroversa e rissosa di Nozdrjov, nell’avidità scaltra e ostinata di Sobakèvič, nell’esasperata e meschina avarizia di Pljuskin, fino a destare sospetti nelle autorità...
Le anime morte non costituisce solo la testimonianza più alta della produzione letteraria di Nikolaj Gogol’ - nato a Velikie Soročincy nel 1809 e morto a Mosca nel 1852 – ma anche la prova più tangibile della grande attenzione dello scrittore per la sua terra. Un vasto affresco epico e satirico con cui intende rappresentare il vuoto spirituale e la miseria umana della provincia russa della prima metà dell’Ottocento. Un ambiente rurale stolido e sonnolento in cui i personaggi, dai più nobili ai più semplici, vengono colti e presentati al lettore attraverso vizi e difetti, debolezze e manchevolezze che li rendono chiusi ad ogni possibile luce di redenzione morale. E benché l’intento del grande romanziere russo fosse quello di strappare il velo alla realtà facendo leva su un uso sapiente dell’ironia, il libro lascia nondimeno un’impressione di desolata tristezza. Ma anche la piacevolezza di un rinnovato incontro con una profonda ricchezza verbale. Con una scrittura capace di sedurre il lettore e di tenerlo fermamente ancorato alla svolgimento del romanzo, nonostante il ricorso reiterato alle digressioni ne appesantisca di fatto la lettura.

 

 

 
 
 
 
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