Le avventure di Miguel Littín clandestino in Cile

Le avventure di Miguel Littín clandestino in Cile
Miguel Littín di mestiere fa il registra. È cileno ed è molto vicino al presidente Salvador Allende, col quale collabora prestando la sua professionalità. Per questo motivo, dopo il golpe dell’11 settembre 1973, è condannato all’esilio da Augusto Pinochet: gli viene fatta proibizione assoluta di tornare a calcare i passi sulla sua terra. Ma si sa, gli artisti sono persone irrequiete, fumantine, non stanno dentro schemi, se ne fregano insomma e spesso non badano ai pericoli che devono correre pur di mettere a punto il progetto che hanno in testa. Per il regista il suo Cile, nonostante la dittatura, rimane un richiamo irresistibile. Per nostalgia, certo, ma anche perché la sua cinepresa si trasformi in un’arma di opposizione politica. Nel 1985, a rischio della propria vita, decide quindi di ritornarvi sotto mentite spoglie. Trucco, parrucco e documenti falsi. Il suo scopo è uno, ben definito ed anche estremamente pericoloso: girare un documentario che denunci le condizioni in cui versa il Cile sotto Pinochet. Nonostante i camuffamenti ed il sostegno massiccio della resistenza interna, però, gli uomini del regime scoprono la sua presenza ed iniziano a dargli una caccia senza quartiere. Littín riesce sempre a farla franca, forte di una rete sotterranea e capillare che lo protegge. Dopo sei settimane vissute al cardiopalma, all’ultimo assalto riesce a sfuggire alla cattura per il rotto della cuffia lasciando il Cile in maniera rocambolesca assieme a circa settemila metri di pellicola che finiranno nel documentario Acta general de Chile il cui succo, tra l’ironico ed il lapidario, è: “Pues el milagro militar ha hecho mucho más ricos a muy pocos ricos, y ha hecho mucho más pobres al resto de los cilenos” (“Quindi il miracolo militare ha reso molto più ricchi un numero esiguo di ricchi ed ha reso molto più poveri il resto dei cileni”)…

Gabriel García Márquez è molto amico di Littín ed a lui il regista decide di raccontare la sua avventura vissuta sulla punta del coltello eppure in grado di riuscire con successo, in barba al regime. Una prova intermedia, questa, per il Gabo, che letteralmente sparisce dalle pagine e dallo spirito del racconto. Si rende di fatto mero strumento di questa testimonianza e bisogna avere acume ed esercizio per riuscire ad individuarlo nelle piccole pieghe della narrazione. Del resto, l’epopea stessa di Littín è talmente incredibile e tanto piena di peripezie che non necessita alcun intervento supplementare della fantasia o forzatura dell’immaginazione. Come in Notizia di un sequestro, García Márquez si trova alle prese col suo vecchio mestiere: quello del cronista. La materia umana è pronta, sufficientemente matura da non permettergli alcun colpo da maestro, cosa che privarsi della quale, al nostro, non dispiaceva affatto, bandendo in questo modo ogni velleitaria vanità. Tra le righe, senza infingimenti, troviamo un modo che potrebbe sembrarci allucinante di prendersi gioco della dittatura del generalissimo, ma del resto non dovrebbe scandalizzarci più di tanto. Se pensiamo, ad esempio, a I giorni dell’arcobaleno di Antonio Skármeta - che narra le vicende del referendum voluto dallo stesso Augusto Pinochet nel 1988, nel quale votare sì significava riconfermargli il potere e votare no, invece, manifestava la volontà cilena di nuove elezioni - ci rendiamo conto di come Pinochet sia stato scalzato, di fatto, non da un atto rivoluzionario violento, ma - in mezzo ad una ferocia senza pari - da una giocosa ondata carica di ironia e leggerezza. Skármeta - che ha focalizzato il suo romanzo sul gruppo del No, uscito clamorosamente vincitore tra l’imbarazzo dell’intero regime e capace di impiantare una campagna decisiva nonostante ogni ostruzionismo - e Gabriel García Márquez - che raccoglie la testimonianza di un’ennesima beffa giocata alla micidiale macchina pinochettista - segnano un solco letterario nel quale affonda - tra le risatine di sberleffo, un fotogramma rubato ed un arcobaleno con un NO gigante stampato in mezzo - la brutalità abietta di una dittatura sanguinaria.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER