Le avventure di Numero Primo

Le avventure di Numero Primo

Numero Primo ha cinque o sei anni quando esce dalla grotta sul Sorapiss. Indossa un berretto di lana e guanti blu, una giacca a vento verde e un paio di scarponcini. Nessuno penserebbe mai che quelli siano i suoi primi passi nel mondo, così sicuri sul ghiaccio e leggeri nella neve. Quando proprio non ce la fa più, si ferma e fa la sua prima pipì: da quel momento incomincerà a contarle. Lo accompagnano i corvi e i sempreverdi, ogni cosa è viva e ha un suo proprio odore, tutte informazioni nuove che Numero Primo accoglie e immediatamente comprende. A valle, una donna con uno hijab azzurro che le copre la testa lo aspetta su un furgone. Il bambino apre lo sportello, sale, attende che il sedile si modifichi automaticamente per adattarsi a lui e saluta la donna per nome. È proprio Ahd a portarlo a Gardaland, come da istruzioni, sulla giostra delle tazze, perché quello è il luogo dell'appuntamento con suo padre Ettore. Sarà in grado di prendersi cura di un figlio a quasi sessant′anni? Ettore non ne è sicuro, ma Numero Primo sembra facilitargli il compito con la sua incredibile autonomia, la rapidità con cui impara ogni cosa e la benevolenza che suscita istantaneamente in tutti coloro che lo incontrano. Intanto, un potentissimo calcolatore, Arca Rerum, riceve il premio Nobel per la Fisica e la Chimica. Per aver messo al sicuro il genoma della maggior parte delle forme viventi...

Nasce dall′officina teatrale degli Album la prima idea di questa storia. Nel 2015 Marco Paolini porta in scena ‒ un palco condiviso, partecipato ‒ il work-in-progress Numero Primo: studio per un nuovo album, prima rappresentazione di una turnè in cui la storia viene aggiustata, riveduta, condotta ogni volta a un finale diverso. Soltanto due anni dopo, Numero Primo assume la forma definitiva di un personaggio narrato insieme a Gianfranco Bettin e di uno spettacolo teatrale più tradizionalmente inteso. Ma la natura della sua genesi, aperta, fatta di domande più che di risposte, rimane al centro del romanzo. D’altronde nessuno sa con sicurezza quale sia la direzione della rivoluzione tecnologica che caratterizza il nostro assai discusso Antropocene. Ambientata nel Veneland, sconfinato hinterland di una Venezia ormai soltanto turistica, popolato da umani con innesti neuronali che implementano le loro prestazioni cerebrali, questa storia sfugge alle categorie perché resta soprattutto la storia di un padre e di un figlio, al di là delle distinzioni tra forme di vita. Quando tutte le possibilità sono percorribili, che cos’è umano, che cosa non lo è sembra non essere più una questione di essenza, di identità: piuttosto di intenzioni e di scelte. “È incredibile, non ti riconoscevo, non sapevo chi eri. È vero che me lo sono chiesto anche altre volte”. In due punti significativi del testo, all′inizio e alla fine, incontriamo una parola che si ripete: fiducia.



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