Le bambine di Sugar Beach

Le bambine di Sugar Beach
“In Liberia eravamo molto più preoccupati della facciata che non di quello che c’era dentro”: è per questo che i Cooper decidono di trasferirsi nel ‘73 da Mongrovia a Sugar Beach, in una dimora paradisiaca che è la testimonianza concreta del loro status sociale, in una nazione divisa tra i nativi liberiani (i Country People) e i discendenti degli schiavi americani che fondarono la Liberia (Congo people), a cui i Cooper stessi appartengono. La piccola Helene è circondata di fratelli e sorelle, tuttavia i genitori decidono di prendere con sé un’altra bambina, Eunice, figlia di una famiglia poverissima che non può più permettersi di crescerla. Quello che si crea tra le due bambine è un legame del tutto speciale, per certi versi più profondo rispetto a quello esistente tra le sorelle di nascita. Una mutua e reciproca solidarietà che si intreccia alla tragedia che incombe sui Cooper: dapprima il divorzio dei genitori, poi il colpo di stato nel 1980, fino alla decisione, dopo una lunghissima notte di soprusi da parte di un gruppo di soldati, di abbandonare la Liberia e di fuggire negli Stati Uniti. Tennessee prima, North Carolina poi, in un faticoso tentativo di ricostruire almeno un’idea di famiglia. La madre di Helene è però costretta suo malgrado a tornare per un lungo periodo in Liberia, il padre fatica a sbarcare il lunario e i figli, nella ricerca della  propria strada, finiscono per allontanarsi sempre più l’uno dall’altro. Ma soprattutto Eunice è costretta a rimanere in Liberia, a tornare a quella vita di stenti da cui i Cooper l’avevano temporaneamente sottratta. Molti anni dopo, diventata una giornalista di successo, Helene va alla ricerca di un perdono di cui ha bisogno più che dell’aria per respirare e torna a riprendersi quel pezzo di vita che aveva lasciato...
Una storia che non potrebbe essere più avvincente, quella raccontata da Helen Cooper, oggi corrispondente dalla Casa Bianca per il New York Times, toccante testimonianza della guerra civile in Liberia, che viene raccontata con dovizia di particolari, ma soprattutto cronaca efficace di un amore per la propria terra e per la propria famiglia che non si spezza neanche sotto il peso della guerra e della lontananza (“Finalmente stavo facendo una cosa che avrei dovuto fare in mille altre occasioni diverse. […] Sarei dovuta venire qui in Liberai a cercare Eunice”). Amore sincero misto all’orgoglio di appartenere a una famiglia che è il crocevia di tre grandi dinastie liberiane: i Cooper, i Tennis e i Johnson. L’autrice non cede a facili sentimentalismi, semplicemente rende giustizia a quanti l’hanno aiutata a diventare la persona che è, a quella famiglia che nessuno, né gli amici americani , né le tante persone incontrate in tutto il mondo a causa del suo lavoro, hanno saputo mettere in ombra. Perché quelli che contano davvero sono i suoi cari e la sua casa continua ad essere a Sugar Beach. Anche se i ricordi della violenza che l’ha sfiorata continuano a far male, l’impressione è che scrivendo, questa donna abbia dato luogo ad una vera e propria catarsi, che le ha permesso di tenere solo il buono. Un libro che lascia senza fiato, come il più caldo ed emozionante dei gospel che potrebbero fare da colonna sonora a questa storia.

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