Le Beatrici

Le Beatrici
Beatrice se ne sta seduta a un tavolino. Legge i tarocchi e predice il futuro. Ma più di ogni altra cosa se la prende con il Canappione, ma sì, l’Alighieri Dante, che l’ha tormentata una vita con le sue poesie del put, mentre a lei garbava il bel Battistone… Cambio di scena (e di epoca), compare la Mocciosa. Sapete dove sta andando, bardata dalla testa ai piedi di Dolce & Gabbana? Dalla Fede, l’amica che ha appena accoltellato sua madre, perchè non le ha sganciato un po’ di euros per le extension. Il suo primo pensiero dopo la notizia choc: i giornalisti che le ruberanno un’intervista e le offriranno la gloria dei riflettori, wow! Fama e potere non mancano alla Presidentessa, che ha di recente scoperto come risolvere il problema degli esuberi nella sua azienda: li ricicla grazie a una ricetta segreta e… aberrante. E suor Filomena? Be’, lei è posseduta da Satanasso e se la gode che è uno spasso. Mica come la donna dell’Attesa, che sgrana il tempo ad intuire passi che mai arriveranno, sognando un amore che se l’è filata da un’altra parte. Non perde un minuto la Licantropa, divoratrice di manager quarantenni, filogovernativi, che sanno di tacchino affumicato. Poi c’è un’orripilante Vecchiaccia con la dentiera e una mitraglia di bestemmie da sputare, in ricordo di quant’era bella e quanto era bello il suo Vincenzo, che i fascisti le hanno ammazzato. Qual è infine la sorte che tocca a ciascuno? La solitudine di sentirsi abbandonati davanti a un televisore e avere come alternativa la voglia di una musica lontana per la quale qualcuno prende il volo. Ma non torna più…
Le Beatrici, come sottolinea l’autore nella nota che chiude il libro, è innanzitutto uno spettacolo-laboratorio tenutosi al Teatro dell’Archivolto di Genova con la partecipazione di cinque giovani, poco conosciute e talentuose attrici, che hanno messo in scena questi particolarissimi monologhi inediti. Otto monologhi per voce femminile, cui si aggiungono nell’uscita editoriale feltrinelliana, alcune poesie e ballate scritte nell’arco di un decennio (l’ultima, intitolata “Quello che non voglio”, era destinata a De André, non fosse che Faber se n’è dovuto andare, prima del dovuto, a suonare per altri lidi). Ma chi sono le donne che sin dalle prime righe ci sorprendono, ci spiazzano, ci fanno quasi rabbrividire e solo in un caso (“Volano”) intenerire? Metafore. Pure, maligne metafore dei giorni che viviamo, travolti dai grandi rimossi della vecchiaia e della morte e dagli altisonanti, abnormi meccanismi perversi dei media che invocano la perfezione, incalzano la morbosità, annientano i veri problemi che affliggono la società con le illusioni vuote che solo il piccolo schermo sa regalare con generosità. In un mondo alla rovescia, anche il bon ton, la grazia del gentil sesso scompaiono e la rivalsa (un po’ magra, seppure faccia scompisciare dalle risa) è a portata delle moderne Beatrici e delle finte suore, nonché di figure come la licantropa o la presidentessa che gli uomini, operai o rampanti è uguale, se li mangiano in senso letterale. Pensavo, gustandomi il primo monologo, e avendo come riferimento teatral-letterario Lella Costa: tò, vediamo un po’ come un uomo in gamba quale Stefano Benni racconta il femminile. Ironia, sarcasmo, irriverenza sono le cifre graffianti con cui l’autore approccia ai residui donneschi del ventunesimo secolo. Come ci tratta: senza sconto alcuno. Da coatte rincitrullite figlie della nostra miserrima epoca o, tra il surreale e l’iper reale, da incazzate scaricatrici portuali; degenerate senza speranza oppure, ancora, speranzosamente in possesso di uno sprazzo di libertà e autonomia, da spendere a tremila all’ora in convento, alla prima carta del futuro, guardando la luna. Insomma se volete sapere quello che le donne non dicono e meglio, quello che le donne (riguardo a sé) spesso non sanno, leggete Benni. Fa sempre bene.

 

 

 

 
 
 
 
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