Le belle Cece

Le belle Cece

Fulvio Semola, segretario locale del Partito Nazionale Fascista, è una faina. Se lo dice da solo, alle ventitré e trenta del 6 di maggio del 1936, mentre è a letto accanto a sua moglie, Selina, che gli chiede conto di questa affermazione. Il fatto è che ha avuto un’idea geniale: ci sono venti campanili a Bellano, frazioni comprese, e per il 9 vuole organizzare un concerto per festeggiare la conquista dell’Impero da parte delle truppe del Duce. Una scampanata epocale. Così scrive una lettera al prevosto, brucia la brutta copia – non sia mai gli rubino la pensata! - e dà la bella alla perpetua, che dopo pranzo (agoni e polenta non possono aspettare, le balle del Semola sì!) la dà al sacerdote. Che risponde picche, dà la sua missiva alla perpetua che la porta a Selina che la dà a Fulvio che tira giù un improperio, chiede consiglio, torna dal prete, accetta le sue condizioni, si organizza coi camerati e fa rintoccare tutti i batacchi del circondario alle sette di sera – perché non si può fare troppo tardi, ci sono gli anziani, gli ammalati e chi vuole poter dormire presto in santa pace – al suon di O che bel castello marcondirondirondello, perché l’occasione dev’essere fausta, non creare il panico tra la gente e non ci dev’essere nulla di politico. Anche se poi si fa prendere la mano. Ci starebbe bene anche il discorso di un reduce dall’Africa, ma l’unico in città è quello Stellio Cerevelli che tutti hanno sempre chiamato Dolcineo e che è tornato con un servitore nero al seguito… Per lui, tra l’altro, la conquista dell’Africa significa la fine della pacchia: niente più indennizzo militare… Inoltre Eudilio Malversati, temutissimo ispettore di produzione del locale cotonificio, viene aggredito. E da casa sua spariscono un po’ di mutande della moglie…

Andrea Vitali scrive in modo formidabile: semplice, chiaro, limpido, accattivante, ironico, fluido, originale, divertente, dettagliato, colorito, vivace, minuzioso e vivido. Per giunta, tutto questo non è certo una novità: prolificissimo, è da anni costantemente in vetta nella classifica dei libri più venduti. Ha detto di lui Daria Bignardi che descrive così bene le brume lacustri che mentre leggeva un suo libro le è venuto il raffreddore: boutade a parte, la peculiarità di Vitali - confermata una volta di più in questo romanzo che si legge d’un fiato - è proprio la cristallina capacità di far emergere le sue storie attraverso la carta e l’inchiostro, farle vivere in una maniera che dà un’immediata sensazione di concretezza e tangibilità, a chi si inoltra nei suoi libri, ritrovandosi di colpo in tempi e luoghi che subito gli appaiono familiari. È un’Italia che non esiste più quella che racconta, anche nelle pagine del Le belle Cece, se non nei libri di storia e nei ricordi dei pochi superstiti delle generazioni passate, che hanno vissuto quei momenti, indossato quei vestiti, conosciuto quella realtà e condiviso quelle abitudini, eppure sembra più attuale che mai. Perché, in fondo, i comportamenti umani non si discostano mai troppo da certi binari dettati dalla consuetudine, ed è una costante sempre valida lo stridore, mirabilmente descritto dall’autore, tra la retorica vanagloriosa della politica e di chi si riempie la bocca di vocaboli altisonanti per nascondere la propria pochezza e la dimensione più intima e autentica di un piccolo centro in cui tutti si conoscono, fatta di pettegolezzi, scaramucce, dispetti, piccole cose cui di fatto si dà molta più importanza rispetto a ideali percepiti come vacui e distanti.



 

 

 

 
 
 
 

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