Le Belve

Le Belve
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Ben, Chon e Ophelia (detta O) sono amici inseparabili. Non solo: O è la ragazza di entrambi, follemente innamorata di entrambi, e ricambiata da entrambi. Un ménage à trois che, nell’atmosfera lussuriosa e lussureggiante di Laguna Beach, in California, sfocia in orgiastici e romanticissimi triangoli sessuali. Chon “ha il fisico giusto per essere un tossico”, è alto, spigoloso, con muscoli continuamente tesi e sempre pronto a far sesso  per “scacciare la guerra che ha dentro”. È cinico, sprezzante e violento, e  di pochissime parole. Ha frequentato una scuola privata e poi è entrato in marina dove è stato addestrato contro ogni sorta di pericolo. Secondo Ben, “Chon è stato allevato dai lupi”, anche se i lupi, a differenza sua, “sono mammiferi a sangue caldo, e si prendono cura dei loro piccoli”.  Anche Ben ama Chon e tra loro c’è un profondo rapporto di amicizia nonostante le differenze caratteriali. Ben è infatti colto, pacifista, ha due lauree, nessun problema esistenziale accumulato dall’adolescenza.  I due ragazzi si sono conosciuti giocando a pallavolo e, dopo la partita, una conversazione sul lavoro li ha fatti unire per sempre: “Fa’ un lavoro che ti piace e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Oltre alla pallavolo, i due amano solo la birra, il sesso, e l’erba. E decidono ovviamente non di produrre birra, né di darsi all’industria porno, ma di coltivare erba, la migliore erba idroponica della California. Secondo Chon le droghe sono “la risposta razionale alla follia” e “l’uso cronico che  egli ne fa è la sua risposta a una follia cronica”. Ophelia è molto simile, anche lei adora le droghe,  il sesso, e il cibo. Divora grosse quantità di cibo e brucia tutte le calorie in tempo reale, si droga e fa sesso con una voracità ancora maggiore. Ha tatuaggi e piercing (in risposta all’educazione ricevuta), è esile, non ha seno, ma al tempo stesso è sexy da morire e tutti sanno che i suoi “orgasmi spaccano i vetri”. In breve tempo, i due ragazzi si impongono sul mercato della droga, espandendo i confini della loro attività fino in Messico. Secondo loro, infatti, “si dice che l’erba sia una cosa cattiva, ma in un mondo cattivo diventa buona”, basta comprendere “l’inversione di polarità morale”…

E proprio in questa inversione di polarità morale va  rintracciato il senso de Le belve, ideale prosecuzione de Il potere del cane. Il confine etico e morale tra i buoni e cattivi è infatti labilissimo e talvolta incomprensibile. Le belve (i “selvaggi”, nel titolo originale) sono sia gli americani sia i messicani, ed entrambi le ipotesi sono plausibili. Mentre Il potere del cane narrava le vicende del narcotraffico tra America e i cartelli messicani partendo da una prospettiva storico-sociale più ampia, Le belve si concentra sui personaggi, intrecciando le loro vicende private a quelle propriamente legate alla lotta spietata con i Messicani. Questi infatti minacciano di tagliare le teste dei due ragazzi, cercando di imporre loro la definitiva cessazione dell’attività. Da qui le vicende si complicano, i due vengono sfidati, inseguiti, O viene rapita e poi salvata in un susseguirsi di colpi di scena che lasciano il lettore senza fiato (esattamente come i tre protagonisti). Con la sua lingua sfrondata, secca, disadorna ma non minimalista, Wilson crea un lungo romanzo fatto di brevissimi sketch: 290 brevi capitoli che si leggono a ritmo serrato, martellante, ipnotico come gli effetti dell’erba prodotta dalla ditta Bec&Chon. Non solo i capitoli sono brevissimi (il primo, simbolicamente, è composto di una sola parola: “Vaffanculo”), ma al loro interno la storia è sorretta da una sintassi estremamente scarna, fatta di frasi lapidarie, taglienti, tanto ironiche da essere “feroci”. Molte di esse, inoltre, raggiungono un encomiabile livello di visualizzazione, seguendo talvolta le percezioni dei personaggi e talvolta lo sviluppo delle loro (micro)azioni. Lo stile è dunque cinematico, ricalcato su quello essenziale e paratattico di una sceneggiatura (talvolta anche enfatizzato da vere e proprie indicazioni da copione). I capitoli diventano così delle “scene” che il lettore è chiamato a “montare” nelle sua mente. Non è infatti un caso che i diritti siano già stati acquistati e che Oliver Stone stia già lavorando alla realizzazione del film. Uno di quei film molto rischiosi, proprio perché di quelli che derivano da un romanzo sperimentale che mira a scardinare le convenzioni del genere, e soprattutto un romanzo che già di per sé è (anche) cinema.



 

 

 

 
 
 
 

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