Le benevole

Le benevole
Primi anni ’60. Maximilien Aue vive in una bugia. E’ sposato con una bella donna di buona famiglia malgrado sia omosessuale. E’ padre di due gemelli che ha concepito solo per tenere impegnata la moglie. E’ direttore di una fabbrica francese di merletti - dopo una rapida carriera di rappresentante per la medesima ditta nell’immediato dopoguerra - e svolge il suo lavoro con precisione, ma nasconde il suo passato. Un passato che si chiama SS. Nessuno ha mai sospettato infatti che Aue sia tedesco, grazie al fluente francese imparato dalla madre. Nessuno sospetta che sia stato testimone, complice e autore di numerose atrocità. E lui continua imperterrito a vivere la commedia che chiama vita, impegnandosi in astrusi calcoli sulle vittime della Seconda Guerra Mondiale, incontrando per lavoro vedove di gerarchi nazisti, ricordando il passato. I giorni nei quali calpestava da vincitore le strade dell’Ucraina, occupandosi come Obersturmbannführer di ‘fare pulizia’ nelle retrovie, organizzando rappresaglie, sobillando pogrom, smascherando bolscevichi e partigiani tra la diffidenza dei ‘puri’ della Wermacht. Oppure - più indietro negli anni - quando, brillante laureato in Legge appena iscritto all’SD, veniva incaricato da Reinhard Heydrich in persona di analizzare la situazione politica francese e le eventuali reazioni delle personalità più in vista a un’invasione tedesca della Polonia, e faceva il grave errore di stilare una relazione pessimista che i vertici nazisti gradivano ben poco e che lo faceva cadere in disgrazia. O ancora la sua memoria va alle rocambolesche vicende che lo hanno visto arruolato per la campagna di Russia, ‘salvato’ in un commissariato di Berlino dal suo vecchio compagno di studi Thomas Hauser, rampante ufficiale delle SS, dopo esser stato arrestato durante una torbida nottata fatta di amplessi gay per la strada e commilitoni con smanie suicide. E la mente non può non andare anche ai suoi tormentati rapporti familiari, tesi e densi di rancori, sui quali grava come una cappa opprimente l’ombra dell’incesto...
Il secondo libro (anche se considerare come romanzo d’esordio un oscuro libretto cyberpunk post-adolescenziale pubblicato sul finire degli anni ’80 può apparire - seppur impeccabile dal punto di vista bibliografico - persino ingeneroso da quello letterario) di Jonathan Littell è nato in Bosnia, Serbia, Cecenia, Afghanistan, Ruanda, Zaire. Qui l’autore, anni di lavoro nel campo delle ONG, ha potuto vedere da vicino l’orrore della guerra civile, delle torture, degli stupri, delle fosse comuni. Lo ha visto negli occhi tremanti delle vittime, ma anche nello sguardo di ghiaccio dei carnefici. E quando gli è capitato di leggere la storia della partigiana sovietica Zoya Kosmodemyanskaya, fucilata dai nazisti durante la II Guerra Mondiale, ha deciso di raccontare tutto questo orrore e di dipingerlo su quello sfondo. Su questo autore che salta fuori dal nulla e si becca subito il Prix Goncourt 2006 e il Grand Prix du Roman de l'Académie Française si sono da subito diffuse una marea di chiacchiere, rivelatesi poi infondate. C’è chi ha suggerito che si trattasse di un nom de plume di Richard Millet, patron della Gallimard, mentre altri hanno esercitato la poco nobile arte dello scoop facendo illazioni su Robert Littell, padre dell'autore e a sua volta romanziere di medio successo. “Sono rimasto di stucco per l'inventiva dei giornalisti francesi”, ha dichiarato stizzito Littell in una sua recente intervista alla rivista Le Monde des Livres ripresa dal quotidiano La Stampa. “Ho scoperto molte cose su di me, ad esempio che sarei sopravvissuto a un massacro in Cecenia. Stupefacente. Bastava digitare il mio nome su Google e leggere gli articoli del New York Times sull’incidente (niente a che vedere con un massacro: Littell, che era nella repubblica ex sovietica per una missione umanitaria, è rimasto lievemente ferito durante il rapimento di Kenny Gluck, membro di Medici Senza Frontiere, ndr) che mi è capitato in Cecenia. Rivisitato dalla stampa francese, sembrava mi trovassi sotto mucchi di cadaveri insanguinati mentre arrancavo per uscire dalla fossa!”. Tanta frenesia dietrologica è comprensibile: deriva semplicemente dalla difficoltà di relazionarsi con la bellezza e la complessità di un libro che è effettivamente arduo attribuire a un semi-esordiente. Un memoriale cinico e puntuale dei giochi di forza interni all’establishment militare nazista narrato dal punto di vista di un burocrate arrivista impegnato in una scalata verso l'alto che ben presto diventa una caduta nell'abisso. E che in ogni momento - per quanto apparentemente, innocuamente 'impiegatizio' - è un narcisistico esercizio di crudeltà, disumana perché incurante del dolore altrui. Il romanzo ha ricevuto critiche entusiastiche ma anche suscitato lo sdegno di alcuni, che lo hanno accusato - del tutto pretestuosamente, a mio modesto parere - di apologia dell’Olocausto. Weltanschauung e disincanto, mein gott.

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