Le braci

Le braci
Dopo quarantuno anni, un aristocratico generale in pensione ed un artista parvenu borghese a nome Konrad tornano a incontrarsi in un castello ai piedi dei Carpazi, dove il primo si è rinchiuso in un risentito isolamento. I due erano legati fin dall’infanzia da un vincolo di amicizia che sembrava indissolubile fino al giorno in cui aveva fatto irruzione sulla scena l’amore tra Konrad e Kristina, la moglie dell’ufficiale. Per sottrarsi agli imprevedibili risvolti di quella incresciosa condizione, Konrad era partito per i Tropici gettando la donna in uno stato di macerazione sentimentale che l'aveva condotta alla morte, mentre il marito sprofondava nell’abisso dell’astio e dell’incomprensione. Uno ha passato decenni in Estremo Oriente, l'altro non si è mosso dalla sua proprietà. Ma entrambi hanno vissuto in attesa di questo momento. Null'altro conta per loro. Perché? Quale crudele confronto li attende?
A distanza di dieci anni dalla prima edizione italiana, la Adelphi manda in libreria una nuova ristampa di quella che resta una delle opere fondamentali del grande scrittore ungherese. Forse quella che più di ogni altra ha avuto l’effetto benefico di consacrarlo al grande pubblico del nostro paese. Mentre racconta la vita di questo aristocratico generale asserragliato nella tana solitaria di un castello ai piedi dei Carpazi, Sándor Márai - compiendo il solito percorso a ritroso nel tempo a lui molto caro - scava dentro l’animo del protagonista con spietata precisione. Perlustrandone vaste zone d’affetti e d’ombre egli ci consegna il ritratto indelebile di una figura emblematica di un’epoca che volge irreversibilmente al tramonto. L’aristocratico ufficiale in pensione consuma la propria esistenza in un clima pietrificato di dolorosa attesa e di desolato rimpianto, nell’ interminabile attesa di Konrad. Nella speranza che quest’artista, simbolo di un’emergente borghesia cinica e rancorosa, gli riveli le ragioni ultime di un comportamento che, aprendo uno squarcio irreversibile nell’apparente tranquillità del suo menage familiare, ha spento la funzione vitale di Kristina e ha confinato la sua in un’atmosfera di gravosa sospensione. Con l’attenta scrupolosità di un fuochista egli alimenta ostinatamente la vampa del ricordo, rinvigorendola giorno dopo giorno con l’aggiunta di nuovi ceppi, affinché si mantenga accesa fino al momento in cui scoccherà l’agognato rintocco della verità. La storia si conchiuderà infine là dove era principiata, nello spazio di un equivoco insanato, di un’amicizia incapace di resistere al richiamo dell’artificio e dell’inganno. Ricorrendo come sempre ad una prosa dallo stile fluido ed elegante, l’autore rivela di possedere il raro pregio di sedurre il lettore coinvolgendolo emotivamente in un racconto spoglio di dialoghi, che si dipana nell’angusto spazio di sole due stanze e nei luoghi sempre persi e ritrovati della memoria. La padronanza assoluta del linguaggio che fa di Marai uno dei più grandi scrittori del Novecento si rivela nel lungo monologo del protagonista, che induce il lettore a un cimento non facile, ma di indubbio interesse. Al centro della riflessione dell’autore non ci sono temi universalmente noti come l’amore ed il tradimento, ma l’impossibilità di accettare la deriva di una civiltà, e nello stesso tempo la febbrile necessità di identificare il punto esatto in cui si spalanca il baratro di un nuovo mondo a cui avvertiva con disagio di non poter appartenere.

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