Le canzoni dell’aglio

Le canzoni dell’aglio
Il sole di mezzogiorno brucia. Fortissimo. Le povere dimore sono fornaci dove si potrebbero cuocere i mattoni. E invece la cosa più infuocata di tutte è la miseria. Per non parlare dell’aglio. Raccolto, ma non ancora intrecciato, getta nell’aria zampilli di effluvi nauseabondi che stordiscono, annebbiano la vista, fanno lacrimare gli occhi e quasi perdere i sensi. C’è una bambina in casa. Ha otto anni. È cieca. Con lei c’è anche suo padre. Il capovillaggio lo chiama. Lui risponde. Va sulla soglia. E viene arrestato. Con violenza. Il poliziotto balbetta, ma le sue mani non hanno incertezze. “Non ho fatto niente” -  dice. “Hai fatto” -  risponde il poliziotto – “Hai partecipato a una sommossa.” “Ma eravamo tantissimi” - replica. “Vi arresteremo tutti” -  risponde…
Dire che la Cina non sia forse il massimo esempio di democrazia sulla faccia della Terra è da un lato una banalità di sconcertante ovvietà e dall’altro uno dei più delicati eufemismi possibili. Mo Yan si ispira a vicende realmente accadute nel periodo di transizione nel quale sembrava che il Partito si stesse aprendo alle esigenze del popolo che diceva di rappresentare. Soprattutto degli ultimi. Di chi ha più bisogno. Poi, però, è arrivata Piazza Tienanmen. Ma c’è anche dell’altro. C’è una vicenda amorosa, che però non è la solita storiella messa lì tanto per fare, come le tante di cui si legge spesso. È una metafora del racconto. Narrazione all’interno della narrazione stessa. Punteggiata da intermezzi che sembrano quelli degli aedi e dei rapsodi di epoca omerica. Ed effettivamente Le canzoni dell’aglio è un romanzo epico. Non ci sono dee in lotta per una mela, ma c’è tutta la forza della vita.

 

 

 

 
 
 
 
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