Le carte della Signorina Puttermesser

Le carte della Signorina Puttermesser

Miss Ruth Puttermesser, ha “un viso da ebrea con un pizzico di diffidenza americana nei confronti dello stesso”, ha trentaquattro anni e vive nel Bronx, nell’appartamento labirintico dove è nata, più o meno a inizio del ventesimo secolo. Abita da sola da quando i suoi genitori si sono trasferiti a Miami Beach. È un avvocato con tendenze femministe, ritiene fortemente discriminatorio che avanti al suo nome venga messo il termine “miss”, vuole essere soltanto un avvocato tra avvocati. Lei si spinge sempre oltre il compito assegnatole, era così anche a scuola, gli insegnanti la ritenevano “fortemente motivata e orientata al risultato, con un impulso allo studio”. Ha una sorella, anche lei fortemente motivata, che ha sposato un farmacista indiano e vive a Calcutta. Alla facoltà di legge Ruth era definita sgobbona, competitiva-compulsiva, egocentrica in cerca di espansione, ma in realtà era solo alla ricerca della soluzione di qualcosa. Cosa? Nemmeno lei lo sa. Nell’enorme casa piena di oggetti del passato Ruth trova continuamente, in ogni recondito recesso, testimonianze della parsimonia o meglio della tirchieria della madre, come carta da forno usata più volte che sa di formaggio e costellata di vermicelli o insetti non identificabili. Dalla Florida arriva una lettera della mamma, che in maniera non troppo velata le parla di Joel, ragioniere, figlio di Mrs Zaretsky, la signora magra di Bunside, che è appena divorziato e per fortuna senza figli, ora di nuovo “libero come un uccello”…

La prima pubblicazione de Le carte della Signorina Puttermesser è del 1997, sono passati venti anni e Cynthia Ozick all’epoca della realizzazione aveva sessantanove anni. Nonostante il tempo e l’età dell’autrice, il romanzo è fresco e attuale. Questa pseudo-biografia della protagonista, Ruth Puttermesser, (nome che richiama il coltello da burro, scelto per il personaggio che è agguerrito, ma alla fin fine incapace di ferire) è l’opportunità per la Ozick di raccontare la vita delle donne ebree di oltreoceano, di parlare dell’antisemitismo, che la stessa autrice, figlia di immigrati ebrei dell’impero russo, ha subito fin da piccola. Un romanzo che è anche un grande esempio di letteratura yiddish, nel quale si mescolano tematiche sociali, culturali e politiche con la tradizione d’origine, in un linguaggio arguto, malinconicamente ironico, profondo e acuto. Il libro è divenuto un vero e proprio cult, (David Foster Wallace stesso ha annotato osservazioni sul risguardo del volume come a voler afferrare a fondo il testo); nel romanzo la scrittrice, che si dichiara biografa, si scopre nell’intimo, facendo da specchio a Ruth, in una sorta di alter ego che talvolta completa, talaltra è in opposizione alla protagonista. La narrazione ha una forte connotazione teatrale, più che reale spesso si rivela surreale e metaforica. Per chi ha la curiosità di entrare in un mondo rovesciato, in cui è la donna ebrea, non l’uomo, che specula sulla natura di Dio, la forma del paradiso, l'origine del mondo.



 

 

 
 
 
 

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