Le cascate

1950. Ariah Littrell diventa per tutti “la vedova delle cascate” quando suo marito, Gilbert Erskine, si getta nelle cascate del Niagara il mattino dopo la loro prima notte di nozze. Ariah è costretta ad attendere una settimana prima che le acque le restituiscano il corpo del marito: a starle accanto Dick Burnaby, un avvocato amico del proprietario dell’hotel nel quale i due sposini dovevano passare la luna di miele. Quando Ariah torna a casa per i funerali, Dick scopre di essersi innamorato di lei e decide di cercarla. Tra lo sconcerto dei genitori, Ariah sembra ricambiare i sentimenti di Dick: eppure sono passati pochi giorni dalla morte del marito...

Metà storia di fantasmi metà storia d’amore, il libro della Oates. Una scrittrice che dai primi anni ’60 scrive un paio di libri l’anno, con precisione inesorabile, e dopo quasi mezzo secolo conserva intatta la capacità di emozionare creando uno dei villain più fascinosi della storia della letteratura: le cascate del Niagara, una malevola presenza costantemente in agguato lungo quasi 500 pagine, che getta una nebbiolina fitta su ogni cosa, fa marcire il legno, appesantisce l’aria “come freddo sputo”, attira persone nel suo abbraccio mortale. Le cascate della Oates non sono acque maestose che precipitano a valle in un biancore ruggente baciato dal sole: sono il ritratto goticheggiante di un luogo posseduto, sono malvagità liquida con poche speranze di redenzione. La scrittrice di Lockport ha scritto una volta del suo lavoro: “Ho sempre cercato di dare forma a certe ossessioni degli americani della metà del XX secolo. La confusione tra amore e denaro, tra pubblico e privato, una sorta di urgenza del tutto e subito, una voglia demoniaca di avere la risposta a tutti i problemi, un desiderio di autodistruzione, di suicidio: l’esperienza definitiva, la resa definitiva. E tra noi e la morte ed il silenzio, solo le parole”. È la lunga lotta di una famiglia americana proprio contro questo moloch informe il senso profondo de Le cascate, un romanzo davvero monumentale, di altri tempi, un feuilleton oscuro e struggente che conferma Joyce Carol Oates come la grande signora della narrativa statunitense.



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