Le cause innocenti

Le cause innocenti

Antonio Capace ha 37 anni ed è un privilegiato. Figlio di uno scrittore di successo, ha da questi ereditato un cospicuo patrimonio assieme alla prerogativa di rango dell’intellettuale, quella che gli permette di trasgredire le convenzioni sociali, di mettere sempre tutto in discussione e, conformemente, anche di indulgere ad alcool, droga e sigarette. Consapevole di non meritare tali privilegi, sentendosi costantemente inadeguato rispetto al mondo e alle aspettative riservategli, per disfarsi del suo fardello scrive una lunga lettera liberatoria al suo amministratore finanziario – “unico vero confessore dell’uomo moderno”. Ma qual è realmente il fardello di Antonio Capace? Quello patrimoniale che chiede al curatore di liquidare definitivamente per saldare il debito morale, il peso dell’uso meschino che ha fatto dei suoi privilegi dai quali è perseguitato e che l’hanno portato non ad essere uno scrittore ma solo a vivere come tale, oppure è un pesante bisogno di essere compreso confessando di “non aver mai scritto una riga sincera” nei racconti che continua a pubblicare a proprie spese? È così che Antonio sembra cercare un’assoluzione elencando con appassionata e spietata lucidità i motivi, o meglio, “le cause innocenti dei propri errori” finendo per raccontare tra confessione e requisitoria il percorso esistenziale pieno di contraddizioni che l’ha portato a quella che sembra ormai essere una decisione irrevocabile, definitiva…

La lettera-confessione-requisitoria-romanzo procede inevitabilmente su più livelli, ciascuno dei quali costituito da una superficie riflettente. La mancanza di orizzonti di Antonio rispecchia, al di là della sua personale condizione, quella di una società che non ha altra prospettiva se non quella presente (“un presente in cui non si concretizza niente”) e la sua mancanza di progettualità è quella di una generazione che si trova ad essere l’ultima a poter vivere del lascito di quella precedente e a non poter lasciare nulla a quella successiva. Il suo rifiuto della professione che ha ereditato riflette l’inadeguatezza dell’intellettuale in un mondo in cui, crollate le tensioni ideali con la spinta a costruire che gli ideali comportano, non può che descrivere le rovine del passato e guardare alle macerie future. Ma se il ruolo dello scrittore è quello di saper cogliere il senso di un’epoca e narrare la profondità delle pulsioni, Antonio, negandosi tale ruolo finisce col ricoprirlo. D’altronde, lo dice lui stesso, è una vera attitudine la sua: quella di seminare ambiguità, equivoci, contraddizioni…e ancora: “La versione più bella di me, autenticamente spontanea (…) è sempre passata attraverso l’artificio” sapendo che “una maschera, per quanto ingannevole, ha sempre la sagoma della faccia che porta”. Come non infilare lo sguardo tra gli specchi per intravedere che lo scritto è l’eterno meraviglioso artificio di un autore che presta la penna ad Antonio Capace? Se in letteratura la complicità del lettore è necessaria all’inganno, poco importa la veridicità dei fatti raccontati quando nella narrazione nuda e disperata si riflette una verità che non può non essere tale. La verità? La verità è che Matteo Cerami è veramente Capace.

LEGGI L’INTERVISTA A MATTEO CERAMI



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