Le città della notte rossa

Le città della notte rossa

1923. Farnsworth, l’Ufficiale Sanitario Distrettuale, percorre ogni giorno in lungo e in largo la zona a lui affidata a bordo della sua Land Rover, consegnando palline d’oppio e acqua di riso ai malati di colera e facendo lavare i giacigli dei morti con acido fenico. La percentuale di sopravvivenza non arriva al 20%. Sopporta con nonchalance questo lavoro infame grazie all’oppio, che assume con il tè ogni mattina e ogni sera. Sembra un uomo di cinquant’anni, ma in realtà ne ha ventotto. Anni ‘70, Cina. Un commando di militari si avvicina ad un villaggio isolato, costruito sull’argine di un torrente che scorre ai piedi di una montagna. Un odore come di metallo in putrefazione arriva dalle case silenziose. Yen Lee, l’ufficiale a capo della pattuglia, si concentra ed invia il suo corpo astrale in ricognizione. Vede cadaveri dappertutto, coperti di piaghe fosforescenti o escrescenze simili a capezzoli di carne viva. Un virus radioattivo? Gli effetti di una fissione paranormale? Anni ’70, Stati Uniti. Il dottor Pierson, medico tossicomane, viene contagiato da una misteriosa patologia infettiva che impazza nel reparto d’ospedale che dirige: chi ne è colpito si copre di macchie rosse, soprattutto nella zona dei genitali, e si accoppia ripetutamente in un incontenibile parossismo sessuale fino alla morte, emanando un fetore insopportabile. Ristabilitosi grazie alla sua tossicodipendenza, Pierson diventa un esperto della cosiddetta “febbre rossa”, causata dal virus B23, forse portato sulla Terra da un meteorite precipitato in Siberia in tempi remoti e compagno della sessualità umana sin dalle origini, ma recentemente “mutato” dalle radiazioni liberate nell’ambiente dai test atomici. 1702, Panama City. Il Capitano Strobe, “pirata gentiluomo” biondo e bello, sta per essere impiccato ma un manipolo di suoi fedeli lo salva, trasportandolo più morto che vivo a bordo del suo vascello. Intanto a Boston Noah Blake, figlio di un ricco armaiolo, studia arti nautiche e sogna di diventare capitano di una nave. Per questo con un gruppo di amici si arruola come mozzo sul “Great white”, vascello comandato dal capitano Jones, soprannominato Opium Jones per la sua cattiva reputazione di contrabbandiere. Anni ’70, Stati Uniti. L’investigatore privato Clem Williamson Snide riceve un incarico dai coniugi Green: ritrovare loro figlio Jerry, scomparso durante una vacanza in Grecia. Il ragazzo – scopre al primo giorno d’indagini Snide – aveva una doppia vita: faceva tanto il bravo ragazzo in pubblico ma in privato spacciava coca e si travestiva da donna. Giunto in Grecia sulle tracce di Jerry, l’investigatore viene avvisato dalla polizia locale che è stato trovato il cadavere decapitato del ragazzo. La testa è scomparsa e il corpo è coperto di macchie rosse, soprattutto nella zona dell’inguine…

All’alba degli anni ’70 William H. Burroughs ha iniziato a calarsi nei panni di guru della controcultura che caratterizzeranno la sua vita e la sua carriera negli anni successivi. Si fa pesantemente di eroina, beve forte, è spesso fuori di testa. Vive in una sorta di loft a New York, attorniato da tossici, giovani marchettari, artisti maudit. Uno di questi è il giovane James Grauerholz, che ha anche una relazione con lo scrittore. È proprio Grauerholz che Burroughs indica nei ringraziamenti come colui che ha “curato questo libro fino alla pubblicazione”. Cosa vuol dire esattamente? Lo ha editato? corretto? ispirato? parzialmente scritto? Nessuno lo sa. Ciò che sappiamo è che con Le città della notte rossa, primo volume di una trilogia – attenzione, nulla a che vedere con il concetto odierno di trilogia, si tratta di romanzi con dei legami espliciti o impliciti tra loro, non di un’unica “saga” – Burroughs inaugura una stagione nuova nella sua scrittura. Come fa giudiziosamente notare Giordano Goffi nel suo essay sul romanzo, “L’autore torna in qualche modo a riappacificarsi con il linguaggio, proponendo una scrittura più accessibile, appetibile anche per un pubblico più vasto”: e lo fa utilizzando il romanzo di genere. Prende utopie settecentesche, avventure di pirati, fantascienza, hard-boiled, pornografia, esoterismo, cospirazionismo, medical thriller e psichedelia e li frulla insieme in una vicenda che viene raccontata su più piani temporali paralleli che poi collassano uno sull’altro, con sottotrame che vanno avanti per tutto il libro e altre che si rivelano binari morti, trovate perfettamente coerenti e altre spiazzanti che sembrano buttate là per caso. Un helzapoppin maligno e fascinoso, uno zibaldone di pensieri perversi e lampi visionari (ma parlare di AIDS “profetizzato” come fanno alcuni critici troppo zelanti mi pare davvero una forzatura) che però non sfoggia nessun intellettualismo e usa il bisturi della narrativa popolare per incidere la cisti dell’immaginario collettivo e farne spizzare pus. Si riflette, si inorridisce, si trasecola ma soprattutto ci si diverte, al ritmo di un gigantesco romanzo d’avventura classico ma raccontato da un poeta in acido.



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