Le colpe dei padri

Torino e le grandi industrie, Torino e i lavoratori. La multinazionale Moosbrugger trasferisce la produzione in Bulgaria. A farne le spese sono i suoi lavoratori e le loro famiglie: l'operazione diretta dalle "creature dell'ombra", da Stoccarda, si svolge a firma Giovanni Marchisio. L'ingegnere Marchisio ha una nuova compagna, bellissima, intelligente e molto più giovane di lui, per la quale ha lasciato la moglie, e davanti a sé un cammino in ascesa verso quel club ristretto di coloro che dirigono le fila dei destini senza che si possa sospettare della loro esistenza. I genitori lo hanno cresciuto per il successo ed egli, brillante e promettente, non ha paura di farsi carico delle responsabilità e degli odii che scaturiscono dalla "ristrutturazione" dell'azienda che dirige: è il numero due, il braccio destro dell'amministratore delegato. Uomo dalle caratteristiche particolari, eterocromia delle iridi e un grosso neo sullo zigomo, scopre per puro caso di avere un doppio nella sua stessa città, con un destino opposto al suo. L'indagine su quest'uomo lo obbliga a interrogarsi e giudicarsi, segnando inevitabilmente e irreversibilmente la sua vita. L'astio crescente degli ex-dipendenti e di coloro che temono la perdita del proprio posto di lavoro si trasforma in un'auto incendiata e in una serie di minacce che ricordano l'operato delle BR e il caos terrorizzante degli anni di piombo. Il mistero del suo sosia, inspiegabilmente inghiottito tra le memorie cittadine, lo accompagna nel suo difficile cammino, rivelandogli l'esistenza di altre esigenze e ragioni, quelle della classe operaia che, da dirigente e figlio di classe agiata, è abituato a vedere come parassita e a schiacciare, obbligandolo a riflettere...
Le colpe dei padri è un libro denso, ricco di riflessioni e temi di approfondimento. In esso si sovrappongono una vicenda privata e una pubblica e quest'intreccio è sapientemente intessuto dall'autore. Perissinotto riesce a sviluppare brillantemente le due vicende, senza mai scadere nello scontato, senza far perdere ritmo o scorrevolezza alla sua opera. La storia si dipana in un crescendo di suspense per la vicenda personale del protagonista Guido Marchisio e si arricchisce con il coinvolgimento emotivo che è capace di suscitare, sia per l'abilità scritturale sia per l'attualità e l'interesse acceso e sentito per la vicenda sociale analizzata. È la storia che si ripete, pur con qualche peculiarità che caratterizza i tempi moderni. Inevitabile, quindi, il confronto con i difficili anni del terrore e della crisi. Lo scrittore mette apertamente in confronto la modernità con il passato. I licenziamenti di massa e il gran numero di suicidi di lavoratori della Fiat che «Guido lo sapeva, come lo so io, come lo sanno tutti qui: la chiamavano “La Feroce”. Perché divorava le vite» sono difficili da dimenticare. Eppure, nonostante il ruolo di tritacarne umano, essa rimane pur sempre l'amata 'Grande Fabbrica' e le sue vicende passate vengono messe, con estrema naturalezza, in parallelo con le quelle create intorno alla Moosbrugger ‒ nome ovviamente di fantasia ‒ perché si sa che senza lavoro non si può vivere, soprattutto in una città dove l'evoluzione sociale avviene attraverso il filo padre operaio, figlio perito e nipote ingegnere, fino a che questo meccanismo evolutivo non viene interrotto dalla ragione di profitto più bieca e il progresso sociale non solo si cristallizza, ma regredisce. Allarmante il veritiero quadro della disperazione che porta alla violenza e al suicidio. La narrazione avviene attraverso l'impiego di un narratore esterno, ma fortemente presente. Questa figura viene a conoscenza degli accadimenti personali di Marchisio, ormai finito e ansioso di liberarsi della sua storia attraverso il racconto, intervistando lo stesso ingegnere a partire da quei fatti pubblici di cui era stato il motore. Il linguaggio tuttavia non è mai impersonale e, portando alla luce gli elementi della vita dell'intervistato, il narratore può corredare il racconto di riflessioni sociali profonde, decorandolo mai con inutili dovizie ma con elementi appartenenti alla sfera emotiva e sociale del presente e del passato, bagaglio pesante con cui ci tocca fare i conti. Con una descrizione impreziosita da citazioni letterarie e metafore prese in prestito dal linguaggio e dal mondo cinematografico, Perissinotto ci narra della crisi dei nostri giorni, di un mondo fatto di stenti che si liquefa, lasciando il posto solo alla disperazione. In questa crisi delle coscienze, ove la ragione del bieco profitto di pochi prevale sulle esigenze dei più, si insinua il disagio e il ricorso alla violenza: contro i responsabili, prendendo le forme del terrorismo, e delle vittime contro se stessi, attraverso il suicidio, che diviene però un omicidio sociale, un rischio calcolato e digerito, cui le creature dell'ombra oppongono tecniche di sbiancamento delle loro coscienze e microinterventi di falsa prevenzione, garanzia di illibatezza giudiziaria. Rivelando e scandagliando le tecniche chirurgiche delle menti del male che, portatori dell'unico interesse di aumento del proprio capitale, limano le spese e gonfiano le entrate, attraverso lo sfruttamento della delocalizzazione e di popoli che non conoscono i diritti dei lavoratori, Perissinotto ci consegna un quadro di crimini perfetti, i crimini sociali, che si propagano come un contagio, da un paese all'altro con la loro scia di sangue e di morte. Con il suo spaziare tra vicende irreali e il fresco passato italiano, l'autore provoca ciò che egli stesso definisce come “Flash-Bulb”, una specie di memoria collettiva in cui si fondono i ricordi egoistici di vita privata con accadimenti di portata sociale e mondiale incommensurabile, come ad esempio il meccanismo che legherà per sempre il momento che stavamo vivendo quando abbiamo appreso la notizia dell'11 settembre al fatto stesso. Originale, chiara e di gran forza espressiva, la scrittura di Alessandro Perissinotto muta registro in base al ritratto e all'estrazione sociale del personaggio che ci consegna, anche se solo per il tempo di una battuta. Uno stile riconoscibile il suo, fin dalle prime battute, per chi ha avuto modo di leggere i precedenti lavori di quest'autore che, dopo l'esordio noir ha elevato il suo obiettivo iniziando a occuparsi di crimini sociali fin da Per vendetta (2009) e Semina il vento (2011). Non stupisce, dunque, che Le colpe dei padri sia tra la rosa dei favoriti per il Premio Strega 2013.

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