Le correzioni

Le correzioni
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Alfred e Enid sono due tipici pensionati del Midwest, quelli che potremmo vedere ritratti in un'opera degli iperrealisti americani. Stanno per partire per una crociera: da St.Jude faranno una breve tappa a New York dove si fermeranno a pranzo dal loro secondogenito, Chip. Per sua madre, Chip lavora nella redazione del Wall Street Journal. Chip invece è (era) un professore al D... College, ma ‘incidentalmente’ ha fatto l'amore con una delle sue studentesse, ha perso il lavoro e ha appena finito di scrivere una sceneggiatura che sottoporrà, da qui in poi, a infinite revisioni. Denise Lambert, la figlia femmina, è sufficientemente empatica per capire i problemi di tutti i componenti della famiglia ma non abbastanza da tenere se stessa al sicuro dalle “correzioni” che sua madre Enid ancora tenta di impartirle. Greg invece, il maggiore dei tre, direttore di banca e sposato con una moglie capricciosa e infantile, passa il suo tempo a  verificare se Caroline lo ami ancora, Caroline che sta minando come una tarma quello che resta (e poco, ne resta) delle sinapsi integre del marito. Enid ha un unico, simbolico, all'apparenza innocuo, e invece foriero di catastrofe, desiderio: riunire per un ultimo Natale a St. Jude tutta la sua famiglia. Mentre Alfred... Alfred cerca solo di tenere ferme le sue mani che da un po' di tempo non smettono di tremare...

Le correzioni è un romanzo che alcuni critici hanno definito “satirico”. Sinceramente, dalle mie parti, e per mie parti intendo il mio stomaco, è uno dei libri più angoscianti che sia dato leggere. Le correzioni che Denise, Greg, Chip, Enid e Alfred soffrono sono quelle inflitte gli uni sugli altri e ciascuno sulla propria stessa vita per tentare di assomigliare a ciò che pensavano di dover o voler diventare, e intanto la vita accade e non è detto mica, no. E nonostante qualche volta, sui dialoghi, la sensazione sia quella di avere il buio intorno e uno schermo davanti che proietta il tipico film americano in cui i personaggi dicono frasi come “sai cosa ti dico” o “hai dannatamente ragione”, la maggior parte delle volte prevale la pagina. Quando succede, c'è lo stupore. Lo stupore di uno scrittore che con la famiglia sul tavolo prende un coltellino e comincia a tagliare, e sulla piccola parte tagliata - di solito uno dei componenti della suddetta famiglia - compie altre innumerevoli dissezioni, fino a portare allo scoperto nervi e tendini e ossa. E poi, quando li vai a prendere in mano, questi piccoli mucchiettini di vita ridotti a pezzetti, ti coglie altro stupore, perché sono tutti uguali, hanno tutti lo stesso peso, la medesima consistenza e portata di sofferenza, come se Franzen fosse riuscito a dedicare a ciascun componente lo stesso identico quantitativo di pagine, e non importa se non è effettivamente così. Importa che lo sembri. Perché solo in questo modo il romanzo è perfettamente corale ed entra di diritto nel solco del Grande Romanzo Americano, intento perseguito da Franzen stesso, e programmaticamente, come annunciato nel famoso articolo “Perchance to dream”, comparso nel 1996 su Harper's. Fedele alla linea di riportare al centro della letteratura un romanzo che era stato spinto ai margini, anche se ci vorranno nove anni (dal 2002) per scrivere il successivo Libertà, Franzen rimane, dopo il suicidio di Wallace, con De Lillo e Roth a contendersi il titolo di più grande scrittore americano vivente.



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