Le cose che non ho detto

Le cose che non ho detto

Azar ha tre fotografie di sua madre Nezhat con Saifi, il primo marito: due delle nozze ed una, più piccola ed interessante, di loro due seduti su un masso che guardano la macchina fotografica e sorridono. Lei si appoggia a lui ed ha l’espressione di chi è capace di lasciarsi andare, espressione che stride completamente con l’immagine che Azar ha sempre avuto della madre. Pare che Saifi abbia corteggiato Nezhat facendola ballare; dopo la sua morte, arrivata pochissimo tempo dopo le nozze, nessuno l’ha più vista ballare, ma solo lamentarsi del presente e riempire di insulti il marito Ahmad ed i figli Azar e Mohammad, salvo poi stupirli, subito dopo le sfuriate, con inattesi gesti carichi di affetto ed amore. Ahmad, che ama moltissimo la moglie, ma non può fare a meno di tradirla perché non si sente sufficientemente amato da lei, racconta ai figli, per giustificare i suoi scatti d’ira, che Nezhat in realtà è stata trattata come un’ospite indesiderata dal padre di Saifi ed ha vissuto segregata a casa del suocero, dove a comandare era la governante, una donna dispotica che teneva tutto sottochiave. Ahmad la descrive dunque come una vittima di meschine crudeltà, mentre lei continua a sbandierare il suo passato per denigrare il presente. L’intelligenza e la bontà di Ahmad, le sue ambizioni lavorative e le sue prospettive le sembrano poca cosa in confronto a ciò che Saifi, nella sua immaginazione, avrebbe potuto offrirle se ne avesse avuto il tempo. Quando Azar viene strapazzata dalla madre, Ahmad cerca di consolare la figlia attraverso i racconti de Il libro dei Re di Firdusi, uno dei più famosi poemi epici della letteratura iraniana. La voce del padre assume un tono reverenziale tutte le volte che parla di Firdusi e la prima conoscenza dell’Iran, per Azar, avviene proprio attraverso i racconti contenuti nel poema epico. A volte, invece, padre e figlia inventano insieme storie tutte loro, porti sicuri nei quali trovare approdo quando la realtà è troppo dura da accettare e fa male…

Azar Nafisi, insegnante universitaria e scrittrice iraniana nota per il romanzo Leggere Lolita a Teheran, offre al lettore il ritratto di una famiglia tutt’altro che ordinaria, che si muove sullo sfondo di una realtà difficile ed in continua evoluzione come può essere l’Iran nella seconda metà del ventesimo secolo, tra gli anni precedenti la rivoluzione e l’avanzata al potere di Khomeini. Una raccolta di riflessioni e memorie in cui pubblico e privato procedono pari passo e spesso si intrecciano e confondono: mentre la rivoluzione islamica di Khomeini avanza e trasforma uno degli stati arabi più progressisti in un regime totalitario, in cui le donne vengono escluse da qualsivoglia aspetto della vita politica e regna un clima generale di terrore, la vita di Azar e della sua famiglia tenta di adeguarsi a tali stravolgimenti e ciascuno elabora la propria via di fuga. E Azar, grazie all’aiuto del padre, riesce a trovare nell’amore per i classici della poesia persiana, nella letteratura e nell’immaginazione la chiave per evadere e per ricostruire in sé quel luogo magico che le permetta di sfuggire alla violenza e alla tristezza. Tristezza generata, oltre che dal difficile periodo storico, anche dal complicato rapporto con la madre, donna infelice e dispotica, indurita dalle sofferenze ed incapace di un amore continuo e costante, persona forte ma intrappolata in un passato carico di promesse non mantenute, ma non per questo meno dolci. Attraverso una scrittura potente e sincera che non nasconde né abbellisce alcunché, la voce del cuore si fa potenza, i demoni del passato vengono sconfitti e Azar riesce finalmente a guardare con pietà e comprensione alla figura materna; riesce a ripensare con affetto all’arrendevolezza del padre e riesce a liberarsi dalle paure del regime, mostrandone le bassezze. L’immaginazione e la letteratura, nel loro ruolo salvifico, sono strumenti potentissimi nelle mani di Azar Nafisi, gli unici in grado di aiutare a definire appieno la propria identità, a rivendicare il proprio diritto alla libertà, ad affinare l’empatia e la capacità di immedesimarsi con tutto ciò che è altro o diverso, accettandolo.



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