Le cose crollano

Le cose crollano

Umuofia è un villaggio noto per la grandezza, che si misura in potenza in guerra e in magia, e Okonkwo è l’abitante simbolo di tanta fama, forte di carattere e di fisico. La sua vita ruota intorno a combattimenti che ne dimostrano la prestanza, il coraggio e l’ardire: è una vita ricca, fatta di possesso, non importa se di capanne, capre o mogli. Uomo che si è fatto da sé, il guerriero nasconde la sua insicurezza dietro i muscoli e la sua balbuzie, tra le urla irose che divide fra i nemici e il figlio più grande. Nwoye ha uno spirito docile e dodici anni soli, ma abbastanza perché il padre riveda in lui il fallito che era stato il suo, di padre: pigro, povero e dedito alla musica e allo sperpero in nome della brevità della vita. È proprio in virtù della notorietà e dell’apprezzamento pubblico dell’uomo che quando ad Umuofia arriva dal villaggio vicino il giovane Ikemefuna, simbolo da custodire come sacrificio per un torto fatto nei confronti di una donna dell’insediamento, nessuno ha dubbi: sarà Okonkwo che se ne prenderà severa cura, fin quando non si deciderà cosa farne. Un altro soldato da addestrare, una nuova vittima per la sua durezza catartica, ma l’arrivo del ragazzo non segna che l’apertura di una vicenda che cambierà più di un destino...

Le cose crollano (o meno letteralmente Il crollo, come nel 1976 era stata tradotta la prima edzione italiana) è il primo e insieme il più influente e riconosciuto lavoro tra la vastissima produzione di Chinua Achebe, padre della letteratura Africana, il più importante premio letterario nigeriano per lui e cattedre dentro e fuori dall’Africa. Il romanzo è a tutt’oggi il vangelo dell’emancipazione del continente culla di tutta l’umanità. Stupendo e terrificante racconto di un cambiamento sociale drastico e impietoso, della perdita di un’identità lunga secoli, tutto attraverso le vicende di un eroe degno delle migliori tragedie classiche. Un Aiace d’ebano, un Edipo a cui la storia non perdona la hybris, la tracotanza, quell’orgoglio tanto fulgido da risultare provocatorio, Okonkwo porta sulle sue spalle la colpa che il caso gli impone e con la conseguente disgregazione di identità egli sarà obbligato a convivere, cercando nelle macerie una nuova forma di esistere. Con un titolo che richiama Yeats e il crollo che il poeta percepiva imminente del Cristianesimo, Achebe racconta il disintegrarsi della società arcaica africana spezzata e spazzata via dall’onda europea, quasi fosse una pestilenza divina. Con Aristotele che auspicava per la buona tragedia la compresenza di pietas e terrore, è per la Pietà e insieme la Paura che si prova leggendo che il semplice racconto diventa una storia universale, dai risvolti spaventosamente attuali.



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