Le dannate

Le dannate

Il maresciallo Pietro Saviano arriva a Mezzojuso giovane ed entusiasta, come tanti meridionali che hanno scelto l’arma dei carabinieri per ragioni ideali più che per ragioni di opportunità lavorativa. All’interno della spartana caserma della cittadina in provincia di Palermo porta un’identità duplice: da un lato è un giovane ventottenne appassionato di musica rock, dall’altro è un investigatore sagace e irreprensibile. Proprio queste ultime doti caratteriali emergono in tutta la loro significativa importanza quando, dopo due anni che dirige la caserma del piccolo centro vicino Corleone, il regno del temuti boss della mafia siciliana, Pietro Saviano incontra Irene Napoli. È in occasione di una denuncia che la donna presenta il 19 marzo 2014 che il maresciallo comprende che sotto l’ordinaria e banale vicenda di danneggiamento per pascolo abusivo narrata si cela un’altra storia. Forse è il viso di Irene che manifesta al contempo sincerità e determinazione, o forse il semplice intuito, frutto di esperienza in un’altra terra difficile – quella calabrese della Locride – che induce il giovane investigatore a non accantonare quel fascicolo, a voler raccogliere prove per capire chi è che vuole sottrarre alle sorelle Napoli la loro terra. Comincia a indagare e il 4 agosto dello stesso anno Irene si ripresenta in caserma: un’altra devastazione posta in essere da animali che si sono introdotti nella proprietà di Guddemi. Stavolta la donna riporta nero su bianco il numero di codice identificativo di ciascuna bestia e non dimentica neppure di narrare una storia avvenuta sedici anni prima, antecedente alle incursioni delle bestie e alle ripetute minacce che la Napoli svela senza alcun timore al maresciallo…

Massimo Giletti, giornalista e noto intrattenitore televisivo dal piglio veloce e sorridente si è dato al giallo? È per caso interessato agli ambienti di Sciascia e Camilleri? Ne vuole emulare i successi? No, no, siamo completamente fuori strada. Questo scritto che narra la storia delle sorelle Napoli non è un’opera di finzione elaborata da un noto volto televisivo per raddoppiare il successo nel piccolo schermo. È un libro-inchiesta, una intelligente ricostruzione di dati giudiziari e sociologici che documenta una vicenda umana degna di essere raccontata e portata davanti alle telecamere. Una storia di dolore e di sopraffazione che reca in sé le tracce di una tragedia greca per l’evidentissimo contrasto tra il bene e male che s’indovina tra le righe, sciaguratamente contemporanea per la squallida rappresentazione del contesto umano che circonda le protagoniste. In altri termini, la battaglia eroica condotta quasi in completa solitudine dalle tre sorelle siciliane e dall’anziana madre contro lo strapotere mafioso non porta date antiche, anzi è successiva ai maxiprocessi, alle leggi speciali, alle lotte dell’antimafia, alle uccisioni di valorosi magistrati e poliziotti e significa, in sintesi, che certi territori in Italia, soggiacciono da sempre a logiche di prepotenza. L’opera divulgativa di Giletti e lo scritto per niente superficiale dedicato alle tre sorelle di Mezzojuso serve quindi ad amplificare il problema, a renderlo manifesto, ad immortalare per sempre elementi scomodi della società locale affinché ne resti memoria e neppure superficialmente si possa affermare che in Sicilia lo stato ha vinto la propria battaglia contro la mafia.

LEGGI L’INTERVISTA A MASSIMO GILETTI



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