Le donne di Allah

Le donne di Allah
L’immagine è, all’incirca, quella di un bimbo fermo col suo gelato in mano, e di qualche infame che ciclicamente e senza soluzione di continuità passa di lì e gli ruba la pallina di gelato dal cono. E il bimbo se ne compra un’altra, e il ladro gliela ruba, e così ad oltranza. E uno sta a chiedersi, ma perché diamine il bimbo non si ribella? Cos’è, un masochista? Suppergiù paesi come l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, la Libia, hanno sempre dato quest’impressione, da una quarantina d’anni a questa parte, e poi senza preavviso né prevedibilità è esploso tutto. Il bimbo ora non vuole più solo la sua pallina di gelato rubata, ma tutte le possibilità e i diritti che ha perso per colpa di quelle centinaia di palline rubate. Cosa hanno rubato alle donne islamiche, invece? E com’è che tutto potrebbe esplodere, evolvere, e cosa sta accadendo nel mondo femminile islamico?...
A queste delicate domande sembra voler dedicarsi Anna Vanzan.  Le donne di Allah è un viaggio che comincia con un riferimento immediato ad alcune tra le più importanti voci del femminismo islamico: a partire da Heba Raouf Ezzat, l’egiziana da alcuni definita “islamista” e da altri una neosocialista musulmana, e dalla sua visione della sharia come una piattaforma progressista, e dell’ijtihad, la cosiddetta indagine individuale del Corano e dei sacri testi islamici, come metodo per realizzare la liberazione femminile all’interno di una più ampia ricerca di equità sociale…a seguire altre protofemministe islamiche a disagio con l’occidentale etichetta “femminismo”, come  Malak Hifni Nassef e Fatima Mernissi. Vanzan ci porta poi in Iran, sede di alcuni tra i movimenti femminili liberali più attivi e intellettualmente raffinati, dove l’esperta di esegetica coranica Nahid Tavassoli dirige la rivista “Nafeh”, mensile di taglio femminile/femminista. Bordate contro il clero islamico, l’interpretazione patriarcale del Corano e le mancate potenzialità della Rivoluzione islamica condiscono l’intervista alla sessantenne scrittrice. Altra femminista iraniana è Minou Mortazi, che descrive l’arroganza e la corruzione con cui Reza Khan Pahlavi modernizzò il paese e lo secolarizzò forzatamente, obbligando le donne a uscire senza chador, ma che critica aspramente anche il difetto originario del femminismo occidentale, influenzato in qualche modo dall’impostazione cristiana del principio di consapevolezza di Eva. Vanzan intervista anche  la “pragmatica” Faezeh Hashemi Rafsanjani, in prima fila nelle proteste contro la rielezione di Ahmadinejad, e la “teorica” Jamileh Kadivar, giornalista-teologa attualmente in esilio volontario in Inghilterra. L’indagine prosegue con un’analisi del rapporto tra femminismo, religione e stampa e con un omaggio alle attiviste turche nel panorama post-kemalista. Vanzan ci porta anche a Sarajevo, col suo recente passato ateo ma in preda ad una galoppante islamizzazione, ci parla di femministe malesi ed indonesiane e in mezzo a interviste e ricerche documentate non dimentica di occuparsi di emigrate e convertite, e delle seconde generazioni che riscoprono la tradizione religiosa per riaffermare la propria diversa femminilità. Il filo conduttore di questo serio e ambizioso progetto è quello di descrivere una particolare fetta del mondo “femminista” islamico, quella più marcatamente non scismatica, ovvero quella che si premura di dedicarsi alla critica interna, costruttiva, quella che insomma parte dalla umma stessa per provocarne un’evoluzione che non snaturi la sua identità collettiva. L’argomento è quantomai attuale, non certo perché tali movimenti femminili/femministi stiano sorgendo oggi, ma piuttosto perché l’enorme stravolgimento di quel gigante sonnolento chiamato “mondo arabo” è una delle occasioni più ghiotte e imperdibili per dare pratica a tutto questo serio pontificare su come etichettarsi, da che parte volgersi, quanto sia giusto/sbagliato richiamarsi al femminismo occidentale, eccetera eccetera. Il movimento di piazza Tahrir, al Cairo, ha mostrato (in quelle immagini che come al solito i telegiornali italiani hanno mancato di mostrare, ma ormai facilmente reperibili su Internet) centinaia di migliaia di donne coraggiose e attive, corresponsabili della rivoluzione in atto, in modo trasversale, con generazioni e classi sociali unite nella nobile lotta per la richiesta di diritti civili, sociali e politici. Un’enorme, impellente domanda di democrazia è esplosa a macchia d’olio in paesi e società diverse tra loro: ed è adesso che le donne devono inserirsi all’interno di tale impellente domanda, perché i loro diritti di genere rientrino nei processi di modernizzazione e democratizzazione che a lungo sono stati negati. Sicché l’apprezzabile lavoro di Anna Vanzan, nel suo linguaggio pulito, accademico, costellato di precisi riferimenti bibliografici, è un’occasione persa laddove si sbilancia eccessivamente nella predilezione per la situazione iraniana. L’autrice stessa sottolinea la specificità ed eterogeneità dei movimenti che si prefigge di studiare, spiegando come non esista un unico movimento femminista islamico: è proprio per questo che conoscerli nelle loro peculiarità è l’unico approccio adatto all’irripetibile momento storico che stiamo vivendo.

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