Le due zittelle

Le due zittelle

Casa borghese, d’uno “scuorante quartiere in una città essa medesima a tratti scuorante”. In detta casa, ove su tutto si posa una polvere grigia, vivono due zittelle con la vecchia madre e la fantesca. Lilla, magra e allampanata, dal carattere più dolce, sofferente di stomaco e di nervi, e Nena, più spigolosa, che invece soffre di cuore. Le due zittelle vivono recluse in casa, al capezzale della madre-padrona, tra grige stanze, loro vestite prevalentemente di scuro. La casa dà sulla strada da un lato e su una squallida corte dall'altro, che però confina con un giardino monacale, nel quale la cappella a padiglione, chiesa del convento, è ombreggiata da due “eucalitti”. Pur confinate tra le quattro mura dell’appartamento, le due zittelle si son formate una discreta reputazione tra conoscenti in frequente visita e nell’ambiente ecclesiastico. Alla morte della madre, le figlie rimangono con Tombo, l’unico essere di sesso maschile in casa. Dono del fratello anche lui morto, Tombo (Tomboo in origine) è una “scimia”. Sta in una gabbia, vestita da una pettorina che tramite una catenella la assicura alle sbarre, pur lasciandole tutta l’ampiezza del movimento. Ogni tanto, com'è normale, le due lasciano la scimia libera in stanza chiusa, per farla sfogare. Un giorno, però, si presenta alla loro porta la madre superiora del convento, non per motivi di questua e non per trattenersi soltanto: porta brutte notizie per Lilla e Nena: nottetempo, la scimia è stata vista sgusciare dentro la cappella, rubare l'ostia consacrata e il vino sacro, e così blasfema mangiare e bere. Nena e Lilla sono incredule: come può la loro scimia adorata aver compiuto un atto così sacrilego?

Pico, marzo 1943: Tommaso Landolfi termina il racconto lungo Le due zittelle, che comparirà a puntate nella rivista fiorentina “Il Mondo”. Protagonista dirompente della storia, con mirabile ingresso in scena, il piccolo e vivace Tombo, elemento di disturbo e di sgomento per la grigia routine delle due donne. In spazio chiuso, d’oppressione e di repressione, ecco il grottesco sgusciare notturno, l’incredibile audacia della scimmietta che scardina, scompone, rivolta. Le zittelle (con due t) passano dall’incredulità, dal non voler vedere, alla vergogna e allo sconforto, alla risoluzione. Il racconto muove dal quadro scuorante: affonda e focalizza i caratteri e la carne dei personaggi – fino al sudore che stagna tra le pinne del naso e le guance – si sofferma con tensione e non raro disgusto su menomi particolari per poi allargare nuovamente. Un inquieto rovistare, come in una cesta di panni multicolore e bizzarri, le mani a cercare, quando con foga quando con distanza, fino a repentine scoperte, a scovare oggetti che mutano in un attimo il colore del rovistìo: ecco il personaggio del prete Alessio, catapultato in mezzo alla discussione sul peccato e sulla morale e sul castigo al quale destinare la povera scimmietta, rea di aver profanato il luogo canonico. Ecco l’irrompere – l'erompere – di un urlo liberatorio e tremendo che per un attimo porta un profondo e inatteso respiro a scuotere, per poi sgonfiarsi confondersi in mezzo alle (dietro le) parole, ritornare così alla pelle del racconto, alla miniatura delle due zittelle: diminutivo di “zitta”, specifica Landolfi in una nota, anziché “zita”, così da compensare l’inconsueta forma “scimia”.



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