Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay

Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay

Fine di ottobre del 1939, New York. La madre di Sammy Klayman - appena tornata a casa dal turno di notte al Bellevue Hospital, dove lavora come infermiera al reparto psichiatrico - irrompe in camera sua e gli ordina di fare posto nel letto al cugino appena arrivato da Praga. Eh? Sammy si mette a sedere sul letto, il cuore che batte forte. Poggiato allo stipite della porta c’è un ragazzetto più o meno della sua età, magro e triste. Si chiama Josef Kavalier, spiega la madre di Sammy. È il figlio di suo fratello Emil, ed è sceso da un bus Greyhound appena un’ora prima. La donna rassicura un po’ bruscamente il nuovo arrivato - ora sei al sicuro! - e se ne va a dormire. Josef si spoglia e si sdraia nel letto al fianco di Sammy. Dopo qualche minuto di imbarazzo, i due ragazzi cominciano a parlare. Sammy lavora nel magazzino della Empire Novelties Inc., un’azienda che produce paccottiglia tipo finti occhiali a raggi x, ma sogna di fare il disegnatore. Josef sogna anche lui di fare il disegnatore, e sperava che il cugino potesse raccomandarlo. Figuriamoci. In Europa da qualche settimana c'è la guerra, e Josef è riuscito a fuggire da Praga nascondendosi in una cassa che originariamente doveva contenere addirittura il Golem, la statua di fango che raffigura il protettore della città boema...

Premio Pulitzer nel 2001, il terzo romanzo di Michael Chabon celebra con un affresco monumentale e struggente la Golden Age dei comics statunitensi. Ma parla anche di Seconda Guerra mondiale, di kabbalah ed ebraismo, di New York, di prestigiatori, di Grande Depressione, di omosessualità, di american dream. Al centro del plot c’è un tenero triangolo affettivo/amoroso: Joe, Sammy e Rosa cercano con le loro povere forze di resistere al vento furioso della Storia, riuscendoci solo in parte – come del resto accade a tutti noi. Ma mantenendo la loro dignità nonostante tutto – come vorremmo accadesse a tutti noi. Lo stile è ricco, stile “filmone d’altri tempi”, tutto il resto è ironia e malinconia. Il citazionismo pop (vintage) e i continui richiami alle vite private di protagonisti reali della storia del fumetto statunitense rendono il romanzo una pura goduria per gli appassionati ma vengono persi per strada dal tipico lettore italiano di “grande narrativa americana”, che figuriamoci cosa può pensare dei supereroi in calzamaglia degli anni ’40, spocchioso com’è. Aiutatemi a dire “peggio per lui”.



 

 

 

 
 
 
 

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