Le finestre sul confine

Le finestre sul confine

Milano e Chiavenna, 2022. E Roma, 30 gennaio 1971. Il ricco alto robusto sportivo Alberico “Rico” Ascanio d’Aubry a diciott’anni era stato nel gruppo dei camerati picchiatori fascisti alla Sapienza. Un giorno fecero irruzione contro l’occupazione dei rossi a Scienze Politiche. Non si scherzava: botte da orbi, anche con sofisticate armi rudimentali, ci scapparono morti e feriti per la vita. Ora Rico ha 69 anni, possiede una vecchia cicatrice a ricordo, fa l’avvocato a Milano (dopo la laurea a Napoli): cognome aristocratico (un conte il padre), leggendaria imperturbabilità, esperta autorevolezza, immacolate reputazione e discrezione, occhi verdi e zazzera ancora nera, si occupa in prevalenza di attività extragiudiziali (conciliazioni e consulenze) per uno studio importante di cui è partner. È stato sposato nella gioventù romana per 5 anni, non hanno avuto figli, si è trasferito in Lombardia, sogna ancora Claudia Koll, vive con il colto assistente tuttofare franco-cambogiano Bonnak Mey, da 8 anni ha un intenso altalenante rapporto con l’amata riccia Fiorella, occhi verdi e deliziose lentiggini, animalista e vegana pura, un poco più giovane. La situazione economica e sociale è profondamente mutata rispetto al 2017. Siamo usciti dall’Euro, 8 milioni di disoccupati, 3 famiglie su 10 non hanno di che arrivare a fine mese, insurrezioni in strada di massa, pacifici assembramenti ovunque, anche attentati espropri occupazioni. Molti ricchi in fuga verso l’estero bivaccano in frontiera. A fine marzo Rico viene inviato verso quella svizzera (circa 130 km da casa), settemila abitanti sul Mera: Adele Klavis vuole che ritrovi la sorella, avevano lì ereditato un impero immobiliare ma andavano poco d’accordo, Porzia ha dieci anni di meno e comportamenti irrequieti. Mentre emerge un complotto di immense proporzioni, restano in sospeso altri casi milanesi e torna a galla la vecchia storia romana. C’è di che indagare…

Il giornalista Andrea (Camillo) Garbarino (Milano, 1948) da una decina d’anni scrive interessanti romanzi di vario genere. Questo è il quarto (narrato in terza al passato, non fissa anche se prevalentemente su Rico) e gran parte della vicenda si svolge nella “sua” Valchiavenna, terra che avrebbe forse conosciuto pochi omicidi negli ultimi trenta anni (pare 2), ma di confine conteso per secoli, Svizzera dal 1512 al 1620 e dal 1636 al 1797 (Cleven nel Canton Grigioni), con persistenti spinte autonomiste. Il titolo è legato a una vittima della violenza fascista in sedia a rotelle: certe finestre consentono di vedere la sottile linea di confine fra memoria e autoinganni, fra delitti e incidenti. Il criminale complotto sullo sfondo è capitalistico-finanziario, connesso alla dimensione proprietaria del vivere. Visto anche che, nella capitale, intanto, la crisi impone un governo di svolta e una manovra inaudita: gli Stati Uniti (ancora con Trump?) garantirebbero un prestito ponte infruttifero decennale di almeno 200 miliardi di dollari sollecitando (?) la patrimoniale “una tantum” contro i ricchi e la ricchezza non investita, oltre alla sospensione dei movimenti di valuta verso l’estero e delle transazioni immobiliari. Il protagonista non se ne cura ansiosamente, sta per festeggiare i settanta e, anno dopo anno, ha ridotto i suoi piaceri autentici a quelli essenziali: buon vino, buon cibo, mezz’ora di sesso alla settimana, molto sonno. La montagna della provincia di Sondrio vede assente Fiorella ma garantiti gli altri piaceri, per esempio: Sassorosso di Nino Negri, San Lorenzo o Sommarovina di Mamete Prevostini, Prugnolo di Rainoldi, pur sempre il Chiavennasca come bianco, il Nebbiolo come rosso, Braulio come aperitivo o digestivo o pulisci-budella. C’è di che bere. Magari ascoltando Parlami d’amore Mariù.



 

 

 
 
 
 

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