Le fragili attese

Le fragili attese

“La Pensione Palomar aveva tutta l’aria di un posto di passaggio, simile a una piccola stazione di paese ficcata in mezzo alla campagna. Eppure intorno tutto era città”. Italo è un uomo anziano, vive a Milano da tanti anni, ma viene dalla provincia. Quando giunse a Milano, non sapeva che quel dormitorio dove aveva deciso di alloggiare sarebbe diventato la sua nuova casa, che l’avrebbe trasformata in una pensione e che questa sarebbe diventata la casa di tante altre persone… Guido è un ex professore universitario, ha una spiacevole vicenda alle spalle, ha dovuto lasciare il lavoro e reinventarsi barista; ora una scuola privata lo ha contattato per dare lezioni private di lingua inglese ad una bambina, una bambina che, però, non parla più… Lucio avrebbe una vita felice, un buon lavoro, una moglie che gli vuole bene, ha solo una cosa irrisolta da portare a termine, trovare suo padre, fuggito tanto tempo fa e che ora, forse, è proprio lì a Milano… Ingrid una volta suonava l’arpa, viveva un grande amore e stava per diventare madre, oggi fa la cassiera, ha il polso slogato e frequenta tanti uomini, ma quell’arpa la conserva ancora…

E poi? Francamente mi sono ritrovato a formulare mentalmente questa domanda, appena conclusa la lettura! Buon segno, ho pensato: però non c’era altro da leggere. Signorini è stato bravo. Mi ha portato dentro le giornate dei suoi personaggi, mi ha fatto affezionare soprattutto a Guido e Penelope e poi ha lasciato che il resto lo immaginassi, che lo sperassi! Questo è quello che accade in Le fragili attese. Signorini sceglie un luogo, la Pensione Palomar (un omaggio al riflessivo personaggio calviniano, ma, perché no, anche a quei sempre calviniani “destini incrociati”) e procede attraverso i suoi protagonisti, con capitoli alterni, piano piano, addentrandosi nel loro passato, scavando sempre più a fondo, questo mentre alcune vite si intrecciano, altre si sfiorano appena per il tempo di un saluto ed altre ancora si rivelano a loro stesse. Un romanzo corale che cerca di rimanere, riuscendoci, molto verosimile. Sapendosi però spingere, al momento opportuno, in situazioni meno reali, sempre con misura, senza esagerare. Ma ci sono altre domande che si sollevano, perché la parola “attesa” promette qualcosa, ma non la mantiene per tutti, o almeno non subito. Signorini sa anche negarci un lieto fine plenario, al contrario lascia che i suoi personaggi vadano altrove, proprio perché la Pensione Palomar è solo un momento, un luogo dove certe storie non hanno necessariamente tutte un inizio o una fine, e perché, a volte, quelle attese del titolo vanno inseguite o procrastinate.



 

 

 

 
 
 
 

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