Le idi di marzo

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48 a. C., Rodi. Giulio Cesare è ospite dell’etnarca locale da qualche giorno: una breve tappa nel suo viaggio di perlustrazione del litorale egeo per verificare i disastri provocati dai repubblicani in rotta, che hanno rastrellato le province asiatiche per racimolare il denaro necessario a mantenere la loro flotta e l’esercito. Pompeo Magno è segnalato in partenza da Cipro verso l’Egitto in cerca di acqua e provviste e probabilmente ha intenzione di radunare le sue truppe in Africa per combattere ancora. Cesare è molto stanco, ma si rende conto che lo scontro finale non può essere né evitato né rimandato. È tempo di partire all’inseguimento di Pompeo. Una parte della stanchezza del dittatore romano a dire il vero non è dovuta alla guerra civile, ma alla consapevolezza di non poter delegare nulla ai suoi luogotenenti: per primo a Bruto, complice di una cricca di usurai ed esattori fondiari i cui interessi si premura sempre di salvaguardare. Cesare ha preso Bruto sotto la sua ala dopo le vicende di Farsalo, per via dell’affetto nutrito nei confronti di sua madre Servilia e soprattutto per il senso di colpa provato per aver costretto il giovane a rompere il fidanzamento con Giulia al fine di prendere in trappola Pompeo. Per liberarsi del pavido e infido Bruto, ora Cesare progetta di metterlo al servizio come legato del nuovo governatore di Tarso, Publio Sestio, che fra l’altro ce l’ha ancora con il giovane affarista per avergli sgraffignato due legioni di Cilicia per consegnarle a Pompeo Magno. Cesare oltre a Bruto lascia a Tarso anche due legioni, la XXXVII e la XXXVIII, ordinando al fido Gneo Calvino di mandarle ad Alessandria dopo un mese e mezzo assieme alla flotta da guerra, così da spazzare via i repubblicani una volta per tutte. Nel frattempo il dittatore precede quelle truppe scelte partendo per l’Egitto soltanto con 3200 veterani e 800 cavalieri germanici. Cesare non può sapere che pochi giorni dopo il re Farnace invaderà il Ponto con 100.000 guerrieri: Calvino è costretto a portare con sé la XXXVIII legione a nord, lasciando a Tarso solo una legione. Affinché qualcuno possa correre in soccorso a Cesare come è stabilito, scrive a Mitridate di Pergamo, ex cliente di Pompeo che si è da poco sottomesso al nuovo dittatore. Il satrapo asiatico risponde con entusiasmo e mobilita l’esercito: nel frattempo Giulio Cesare attracca in una ostile e fredda Alessandria d’Egitto…

Sesto romanzo della serie I signori di Roma, datato 2002, questo doveva anche essere l’ultimo: la scrittrice-medico australiana riteneva – probabilmente a ragione – che la battaglia di Filippi del 42 a.C., che vide trionfare i membri del secondo triumvirato sui cospiratori responsabili dell’assassinio di Giulio Cesare, rappresentasse il suggello ideale al suo epico racconto della Roma repubblicana. Le insistenze dei fan (e probabilmente del suo editore) la spinsero nel 2007 ad aggiungere un settimo romanzo su Antonio e Cleopatra, arrivando fino alla battaglia di Azio del 31 a. C. e alla definitiva vittoria di Cesare Ottaviano. Il titolo originale di questo volumone di 900 pagine fitte fitte è il ben più affascinante The October Horse, che si riferisce alla antichissima tradizione romana di far svolgere alle idi di ottobre una gara ippica tra i migliori cavalli da guerra, imbrigliati a bighe due a due e lanciati a rotta di collo: il cavallo a destra della coppia vincente veniva poi sacrificato per mano del flamen martialis, il sacerdote di Marte. A questo punto i genitali e la testa del cavallo venivano tagliati: i primi dovevano stillare sangue sul sacro altare della Regia, il più antico tempio di Roma, e poi consegnati alle vergini vestali, la seconda veniva contesa dai cittadini di Suburra e via Sacra, il quartiere che vinceva esponeva la testa per un anno. La morte del cavallo d’ottobre – campione della stagione della guerra come l’invincibile condottiero Giulio Cesare, ecco il senso del titolo – era al tempo stesso lutto per il passato e speranza per il futuro. Come nei precedenti capitoli de I signori di Roma, la McCullough riscrive fatti già raccontati da tanti storici e romanzieri, quindi non può sorprenderci con il plot ma riesce comunque a rendere la lettura avvincente, restituendo la complessità della cospirazione che ha portato all’omicidio di Cesare.



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