Le inchieste del colonnello Reggiani

Il colonnello Aurelio Reggiani ha il comando del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico dei Carabinieri. Un incarico apparentemente abbastanza tranquillo, forse addirittura troppo per un tipo come lui, che ha sempre amato l’azione e che prima comandava un corpo speciale di repressione della criminalità organizzata. Lo hanno spostato non certo per punirlo, Reggiani, ma per aiutarlo. Aiutarlo a stare vicino a sua figlia Teresa, che a soli 10 anni ha perso la madre in un incidente stradale e non poteva subire anche un padre sempre assente, impegnato in operazioni di rastrellamento chissà dove. E poi chissà, forse i suoi superiori pensavano che così Reggiani avrebbe potuto “assorbire la botta” con più facilità: si sbagliavano, la moglie Flavia gli manca ancora di più perché adesso la mente ha più tempo di pensare e il corpo, “non più impegnato nello scontro campale, sente più forte il morso del desiderio e della malinconia”. Teresa è gelosissima di quel padre così goffo e inadeguato che – da solo – si è trovato ad affrontare la sua entrata nell’adolescenza. Così lui vive le sue relazioni, finora solo occasionali non a caso, in segreto e con molto imbarazzo e passa le notti praticamente sempre a casa. È proprio nel letto di casa sua che lo coglie una telefonata notturna: allunga la mano a tentoni, alza il ricevitore e risponde: a Urbino hanno rubato La muta di Raffaello, La Madonna di Senigallia e La flagellazione di Cristo di Piero della Francesca. Reggiani è incredulo: come può un museo con opere di questo valore inestimabile essere così vulnerabile? E chi può essere così pazzo da rubare dipinti così antichi e preziosi, praticamente invendibili? Cavolo, un Raffaello e due Piero, fanculo! Il colonnello ormai va a pieni giri, grida ordini al telefono prima di farsi una doccia veloce e partire per Urbino. Qui trova il maresciallo Carras, un sardo “scuro come un tizzone, con due baffi di ghisa e due manacce come badili”. Secondo Reggiani bisogna andare oltre il solito giro dei mercanti d’Arte, in queste indagini: entrare in ambiti diversi, forse in quello del contrabbando di preziosi, o qualcosa del genere…

Una delle rare incursioni di Valerio Massimo Manfredi (che a quanto pare ha il vezzo di chiamare Reggiani i tutori dell’ordine: lo aveva fatto già nel suo romanzo d’esordio del 1985, Palladion) nel mondo del giallo è rappresentata dalle avventure di questo ufficiale dei carabinieri che ama la pittura, le Marlboro, le automobili di marca e le belle donne impellicciate (siamo a cavallo del 1990) eppure ha un’anima in un certo senso tormentata a causa del grave lutto che ha sconvolto la sua famiglia e del conseguente cambio d’incarico che lo ha portato dalla lotta al crimine organizzato al comando del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico dell’Arma, dove comunque “la sua battaglia è più cauta e prudente, più sottile e sommessa, ma non meno dura”, perché “se prima il suo compito era di togliere dalla circolazione (…) assassini, sequestratori e mercanti di morte, (…) ora gli si chiedeva di salvare pezzi della civiltà universale, tesori di valore assoluto”. In questi cinque racconti già apparsi in ordine sparso in qualche antologia e successivamente pubblicati in volume nel 1994 per Editalia – una casa editrice che non si occupa di narrativa, ma di arte, archeologia e numismatica – con il titolo Tesori dal buio e di nuovo raccolti in questa antologia Einaudi realizzata in collaborazione con l’Ente editoriale dell’Arma dei Carabinieri in occasione del bicentenario dei Carabinieri, c’è anche una qualche continuity interna. Seguiamo per esempio la storia d’amore del vedovo “inconsolabile” Reggiani con la altera nobildonna Lavinia di Montecroce, che il carabiniere aveva conosciuto anni prima quando guidava le indagini sul rapimento del figlio della donna, purtroppo finito tragicamente in circostanze tutt’altro che chiare (che si chiariscono in questi racconti). Sono gialli garbati, a bassa intensità, ambientati in musei, botteghe antiquarie, yacht, ville di provincia con le BMW parcheggiate fuori. Oltre ai reperti artistici di cui si occupa Reggiani ce ne sono anche di archeologici: i cappotti di cammello, i portasigarette d’argento, i telefoni a filo, le pellicce di visone. Forse, più che agli amanti dell’Arte, potrebbero interessare ai nostalgici dei primi anni ’90.



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