Le intermittenze della morte

Le intermittenze della morte

In un’ipotetica e fantomatica monarchia, passata la mezzanotte di un trentun dicembre, si cominciò a non morire più. Le persone restavano sulla soglia, in bilico, come indecise se compiere il grande passo o no. Eppure, le occasioni e le condizioni non mancavano, anzi. Nonostante questo la morte sembrava, solo entro i confini di quel paese, aver capitolato o messo da parte le sue cattive e drastiche intenzioni. I moribondi restavano moribondi, i vecchi giunti alla fine del percorso indugiavano con l’ultimo respiro in gola in un loop d’aria bisbigliato che non si arrestava. Fu così che gli abitanti di questo paese, dopo un primo momento di smarrimento, furono colti da grande entusiasmo. La morte era stata, in una qualche ignota maniera, vinta e la loro condizione poteva dirsi immortale, anche se scomoda. La paura di perdere la vita durante un intervento chirurgico era scongiurata, i camposanti sarebbero stati sempre meno popolati. Ma ecco, voltata la medaglia, apparire il lato negativo della faccenda. Onoranze funebri sul lastrico, ospizi rigurgitanti vecchi incapaci di morire, ospedali stracolmi di persone che, per le ferite riportate o per la degenerazione di una malattia, sulla carta avrebbero dovuto morire lasciando il posto ad altri. E poi la Chiesa, che senza morte non aveva più la certezza della resurrezione, s’interrogava sul suo futuro e sulle risposte da dare ai credenti. Perciò la morte non sembrò più così spaventosa e terribile come lo era stata un tempo. I mesi passavano e le condizioni del popolo peggioravano, senza contare che anche la famiglia reale aveva il suo moribondo da accudire. Le persone quindi, vennero portate clandestinamente a morire appena oltre il confine, che bastava fare un passo e il decesso arrivava con un sospiro di sollievo. Sette mesi durò il tempo di sospensione concesso a quegli abitanti, poi la morte tornò a riprendersi uno ad uno i prescelti, ma non più a sorpresa come un tempo, ma annunciandosi con una lettera viola, che le persone trovavano recapitata e nella quale si annunciavano i giorni che restavano da vivere. Una maniera questa - spiegò la stessa morte nel primo comunicato - per riparare ad un suo errore fino ad ora commesso, è cioè far morire a tradimento, con troppa sorpresa e senza possibilità di salutare o fare testamento. Fu così dunque che si ricominciò a morire, ma in maniera mirata ed annunciata. Infine, la morte scelse di recapitare ad un giovane violoncellista la lettera viola, che avrebbe preannunciato la sua morte. Ma l’incontro sconvolse lei stessa, così antica e così totale, che si fece donna per seguire da vicino quest’uomo per vederlo e poi sentirlo e poi toccarlo e così dal giorno successivo non morì più nessuno...
La lettura di questo libro è, come il contenuto del libro stesso, double-face. Avvincente eppure scostante, complicata eppure una volta entrati nel meccanismo e nell’ottica richiesta semplice e naturale. La scrittura di José Saramago è pregna, con respiri cortissimi da maratoneta, ritmata. Ci si immerge e si cammina nel fango, un fango 'piacevole' però, che trattiene appassionando e sfiancando. E la situazione impossibile che l’autore ci chiede di accettare diventa logica e plausibile, come per magia. Gli uomini e le donne di questo mondo vengono messi in discussione, la loro esistenza è messa alla prova da un avvenimento assurdo, o meglio inaccettabile. Ed è come se mettessimo un insetto estraneo all’interno di un formicaio, restando poi a guardare l’effetto e le conseguenze di quell’intrusione. Caos e fibrillazione, smarrimento e odio, e poi sopravvivenza e riorganizzazione, ripresa della vita. Una simulazione di un presente parallelo e spietato, una rivisitazione della vita in un’ottica opposta, ma con gli stessi elementi di quella a nostra disposizione. Così come in Cecità, Saramago pretende da noi uno sforzo maggiore della sola lettura e conseguente giudizio. Ci richiede la comprensione di una realtà molto più ampia e complicata di quella descritta, ci richiede una fiducia nei suoi schemi, ci domanda di compiere un azzardo, come un abbraccio fraterno dato ad un estraneo. Ed è esattamente questa la sensazione una volta terminato il libro. Il calore inaspettato di un gesto che a pochi avresti concesso e che, miracolosamente, ti viene restituito da uno sconosciuto.

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