Le isole del paradiso

Marzo 1699. La goletta britannica “Roebuck”, agli ordini del capitano William Dampier – ottima fama di osservatore scientifico ma anche un passato oscuro di pirateria e traversate audaci –, raggiunge un’isola inesplorata della Melanesia che poco tempo prima è stata battezzata Nuova Bretagna. Dampier è stato inviato in missione in Oceania per disegnare carte e “dare i nomi ai luoghi più in vista, capi, isole, baie”. Gli abitanti dell’isola si fanno incontro in canoa agli inglesi, facendo segni di pace, ma l’equipaggio della “Roebuck” è timoroso e perplesso: “È pericoloso se non sbarchiamo in molti, e armati”. Il secondo ufficiale organizza due scialuppe e un gruppo di inglesi scende a terra, scoprendo poco distante dalla riva, tra la vegetazione lussureggiante, una stupenda cascata di acqua dolce. “Ci verrebbe una magnifica residenza per chi traffica da queste parti”, commenta Dampier estasiato, “e anche un mulino, forse. Un giorno qualcuno ne sistemerà un paio, proprio là, e farà affari d’oro”. Passano però sessantotto anni prima che altri europei mettano piede sull’isola. Il comandante irlandese Philip Carteret, arrivato lì con il veliero “Swallow”, con cui ha circumnavigato la Terra assieme a 122 uomini e 14 cannoni, si rende conto che non si tratta di una propaggine della Nuova Bretagna ma di un’isola a sé, e la battezza Nuova Irlanda. Su una roccia inchioda una placca di ferro con su scritto “Qui siamo sbarcati in nome di Sua Maestà”, senza nemmeno l’anno. Qualche mese dopo – forse soltanto qualche giorno –, nel luglio 1768, all’isola arrivano i francesi, con la fregata “Boudeuse”, comandata dall’ammiraglio Boungainville. La scoperta della placca lasciata da Carteret li irrita moltissimo: non si può cambiar nome a quello che gli inglesi hanno già battezzato, ma i francesi danno un nome a tutto il resto, a cominciare da Port Praslin, l’insenatura che i nativi chiamano Kambatoros, “acqua eterna”, a causa della “meravigliosa cascata d’acqua chiara a 4° 49’ sud e 149° 44’ est da Parigi”. Nell’agosto 1823 la spedizione di Isidore Duperry a bordo della “Coquille” per conto della Marina di Luigi XVIII corregge un po’ le coordinate segnate da Bounganville cinquantacinque anni prima: 4° 45’ di latitudine sud, 152° 50’ di longitudine est da Parigi. In tutti quegli anni la magnifica baia marina d’acqua dolce è stata silenziosa, senza alcuna visita. “E se il Re vi stabilisse un porto franco, con osservatorio e colture a terrazza sui pendii, per una piccola guarnigione?”, si chiede oziosamente Duperry. Ma nulla accade fino al luglio 1877, quando il marchese Charles De Rays, nostalgico della grandezza imperiale francese, si mette in testa di fondare in quella che lui chiama la Nuova Francia – cioè la Nuova Irlanda, alias la Nuova Bretagna – una colonia agricola indipendente, “una nazione, una nuova patria in tutti i sensi”. Appena a nord di Port Praslin sorgerà una città, Port Breton. Accanto alla cascata, un mulino elettrico. Campi coltivati per migliaia di ettari, ricchezza, commercio. De Rays pubblica su due giornali, “La Petite Republique Française” e “Le Petit Journal”, un annuncio pubblicitario che offre terre in una colonia libera a 5 franchi l’ettaro…

Stanislao Nievo (1928-2006) – fotografo, giornalista, regista di documentari, conduttore radiofonico, fondatore della sezione italiana del WWF, discendente di Ippolito Nievo e Xavier de Maistre, traduttore di Kipling e De Foe, produttore di Mondo cane e Africa addio ma soprattutto grande viaggiatore – con questo libro ha vinto il Premio Strega nel 1987. Riconoscimento meritato per una fascinosa docufiction che però è un po’ caduta nell’oblio negli anni successivi, ottenendo una sola riedizione a cura di Marsilio, nel 1997. Come del resto dall’oblio l’autore pesca l’episodio realmente accaduto che è il cuore del volume: la cosiddetta “terza spedizione De Rays”. Nel 1880 l’aristocratico Charles De Rays riuscì – dopo una serie di tentativi falliti e nonostante l’ostracismo delle autorità italiane e francesi – a convincere qualche centinaio di aspiranti coloni, soprattutto italiani del Veneto, a pagare il viaggio verso la Papua-Nuova Guinea, dove avrebbero trovato terra da coltivare e una nuova vita da vivere in una città già quasi del tutto costruita, su un’isola paradisiaca. La nave “India” salpò da Barcellona in luglio e arrivò nella baia di Port Praslin in ottobre dopo un viaggio terribile, che causò molti morti. Ma l’incubo per i coloni era solo cominciato: sull’isola non trovarono nessuna delle strutture descritte da De Rays (che non era mai stato là, peraltro) e i tentativi di dissodare la foresta pluviale e impiantare coltivazioni intensive fallirono miseramente, gettando l’insediamento europeo nella povertà e dell’inedia. Morirono di stenti e malaria 123 persone prima che le autorità australiane, allertate da un gruppo di coloni partiti dalla Nuova Irlanda per cercare soccorso, traessero in salvo i sopravvissuti. Le isole del Paradiso è il racconto di questo episodio storico dimenticato e “nello stesso tempo”, come scrive Carlo Sgorlon, “la cronaca romanzesca della ricerca, da parte dell’autore, degli effimeri segni storici che quell’epopea ha lasciato nei luoghi in cui si svolse e in quelli di origine dei suoi protagonisti”. Un libro davvero affascinante, scritto con una prosa elegante ma misurata, che unisce alla magia dei romanzi d’avventura il fascino dei saggi storici.



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