Le libere donne di Magliano

Le libere donne di Magliano
Un giovane psichiatra negli anni ‘50 lavora con impegno e passione presso il manicomio di Magliano, a pochi chilometri da Lucca, dove - divisi in due reparti, maschile e femminile - “abitano” 1040 malati. Dentro l’ospedale psichiatrico la vita sembra scorrere a un’altra velocità rispetto a quel “fuori” dove si muove la gente considerata sana e il medico, con occhio clinico e sguardo carico di pietas, vede sfilare storie di ordinaria follia che riguardano non solo le ricoverate ma anche le infermiere e le suore che in quell’inferno lavorano. Come in un diario lo psichiatra non solo racconta le rigide regole organizzative del manicomio con le sue camerate e le sue celle, ma si concentra soprattutto sulle donne che ogni giorno gli sfilano di fronte in preda alla pazzia uscendone conquistato, quasi irretito: la Berlucchi, depressa cronica che “pensa dolorosamente” e che finisce per piantarsi un ferro nel cuore; la Maresca “vittima dei grilli erotici” che si abbandona al desiderio; la Lella che riempie il reparto medici di fiori, gatti e gentilezza; la Campani “un diavolo in veste di donna” che con il suo delirio ferisce e umilia chi l’assiste; la Cora, malinconica e  ancora bellissima, che ha paura della vita; la fanciulla di Livono “bestia e dea” che per pochi giorni nella cella di isolamento scatena, coperta solo dall’alga, la sua innocente sensualità. La vita del manicomio, immerso in una campagna viva e pulsante, è scandita dal ritmo della Natura e mentre intorno all’edificio il paesaggio cambia al mutare dei mesi, il susseguirsi delle stagioni sembra investire anche le ricoverate che nascoste dal velo della follia liberano tutta la loro “triste e fatale eroticità”...
Mario Tobino visse quarant’anni nel manicomio di Maggiano (nella finzione letteraria trasformato in Magliano), divenendo tutt’uno con le sue spesse mura trasudanti follia, puzza e deliri. A quella sua esperienza autobiografica e totalizzante lo scrittore dedicò oltre a Le libere donne di Magliano (1953) anche altri suoi scritti come Per le antiche scale (1972) e Gli ultimi giorni di Magliano (1982) affrontando l’argomento della malattia mentale sempre con profondo rispetto e con la stessa partecipazione con la quale, seppe descrivere ad esempio la devastante esperienza della campagna d’Africa ne Il deserto di Libia. In questo libro, che turba e rapisce sin dalle prime pagine, trabocca un erotismo palpabile, incontrollabile e potente: ma lungi dal voler essere morboso e voyeuristico , lo sguardo di Tobino si carica di pietas cristiana e dona alla malattia, forse per certi versi mitizzandola eccessivamente, un senso supremo che si pone tra lo Ieratico e il Sacro. In preda ad un furor primordiale queste novelle Menadi, perfettamente descritte nel fisico ed ebbre di deliri di ogni genere, riescono a rendersi autenticamente libere dalle convenzioni, sprigionando una femminilità selvaggia e prendendosi, così, gioco di una società “sana” conformista e ipocrita. L’attenzione di Tobino nei confronti della patologia psichiatrica è lontana anni luce dall’approccio politico-sociale di Franco Basaglia, con il quale diede vita ad una infuocata polemica a distanza, piuttosto il suo impegno ricorda la dedizione e il rispetto con cui il giovane Carl Gustav Jung nel manicomio di Zurigo - diretto da Eugene Bleuler, “inventore” della schizofrenia - ascoltava i deliri cercando di dipanarne il senso collettivo e ancestrale. Ulisse si fece legare all’albero della sua nave per ascoltare il canto delle Sirene, Tobino quel canto lo ascoltò per 40 anni “imprigionato” nella sua piccola stanza dove rimbombavano incessanti le grida di folli impegnati in un estremo e tragico segno di autoaffermazione: “Un medico di manicomio, se è vivo, sempre vortica tra il peso dei deliri e la speranza che qualsiasi uomo anche se pazzo sia libero”.

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