Le linee rosse

Le linee rosse

Mentre attraversiamo il mondo, che viaggia a una velocità sempre crescente, lo sguardo sulla realtà ci disorienta perché non sempre abbiamo la giusta chiave di lettura per comprendere il cambiamento. Una cosa risulta evidente: la geografia e la storia apprese sui manuali di scuola non bastano più, anzi assomigliano sempre di più a dei fossili. Prendendo un planisfero e mettendo da parte i confini a cui siamo abituati, potremmo tracciare sulla cartina un’infinità di “linee rosse”, che rappresentano muri che crollano, fossati culturali che vengono scavati o colmati, e nuove barriere che si innalzano di continuo. Le linee rosse servirebbero a tracciare mappe intelligenti per orientarci, per comprendere un presente magmatico e un futuro oscuro e difficile da immaginare: ogni conflitto che esplode, ogni mare attraversato dai profughi, ogni popolo che si ribella a un dittatore e ogni regime autoritario che opera una stretta sui diritti umani è lo specchio di fenomeni complessi che devono essere analizzati. Gli scenari geopolitici del futuro prossimo ci dicono che potremmo essere di fronte a una svolta forse epocale. Il dominio incontrastato degli Stati Uniti d’America è forse sul punto di finire, la Cina dopo anni da seconda potenza mondiale potrebbe fare il grande balzo in avanti, la Russia di Putin coltiva una politica estera sempre più aggressiva e ipertrofica, mentre anche la leadership europea della Germania di Angela Merkel sembra vacillare. Cosa ci riserva il futuro? Tracciamo le linee rosse e proviamo a capire…

“Viaggiamo sempre di più. Capiamo sempre di meno”. È così che esordisce Federico Rampini, storico editorialista de “la Repubblica” che da decenni lavora all’estero (soprattutto Stati Uniti e Cina) come corrispondente. Le linee rosse è un’opera poderosa, che però riesce nell’impresa quasi impossibile di rendere interessante e di grande impatto narrativo i problemi della politica internazionale. Rampini dedica all’incirca un capitolo a ognuna delle potenze mondiali, dall’America di Trump alla Cina di Xi Jinping, passando per la speranza indiana e il duro benessere del sudest asiatico, e fa un importante focus sulla crisi ormai conclamata delle liberaldemocrazie europee, malate di sovranismo e di velleità nazionaliste che rischiano di riportare in auge barriere e confini che sembravano abbattuti in maniera definitiva. Ogni capitolo si apre con un incipit che solitamente è ispirato agli innumerevoli viaggi del giornalista, prendendo solitamente le mosse da un immaginario sorvolamento del Paese che serve a introdurre le sue problematiche e quindi le linee rosse che lo attraversano. Molto spesso dare uno sguardo a una cartina permette di avere una visione d’insieme, di conoscere o di provare a immaginare non solo quali sono le caratteristiche fisiche ma anche le ricadute sulla storia e lo sviluppo di quello stato. Perché storicamente la Germania viene temuta da tutti e ha la tendenza a voler espandere il suo lebensraum oltre i propri confini? Perché, semplicemente, di confini naturali non ne ha, e prova a ridefinire quelli politici con le armi (come fece fino al Terzo Reich) o con la supremazia economico-politica sugli altri membri UE. Oppure, come mai l’avanzatissima e civilissima America ha votato Trump? Perché non c’è una sola America, e l’America profonda è diversa dalle città della West e della East Coast: nel mezzo ci sono praterie che sono state inaccessibili ai pionieri e che oggi sono cariche di disagio sociale, impenetrabili al benessere delle grandi metropoli che si affacciano sui due oceani. Queste sono alcune delle domande alle quali Federico Rampini cerca di rispondere in questo corposo saggio, che può essere letto d’un fiato ma anche sorseggiato lentamente, usandolo come una guida per comprendere lo stato delle cose e provare a immaginare gli sviluppi possibili.



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