Le mani sulla città

Le mani sulla città
C’era un tempo in cui si credeva che la mafia fosse un fenomeno puramente meridionale, che appartenesse agli archetipi culturali ed antropologici dei montanari del sud. Cambiano i tempi ed anche i costumi, il crimine si evolve e diventa raffinato. Scalando i vertici, facendo i soldi, finisce prima o poi per bussare anche alle porte delle grandi metropoli ed è così che deve andare per forza di cose quando la criminalità si ciba di affari ed assieme agli affari fagocita anche persone e potere. Succede così anche a Milano, anzi soprattutto a Milano e nelle sue zone limitrofe. Qui, dopo la grande abbuffata dei sequestri di persona, approdano le cosche calabresi a reinvestire i soldi dei riscatti, ad impiantare la loro nuova, nuovissima economia fatta di mattone e traffici illeciti. Ma soprattutto di mattone. Arrivano a Buccinasco, a Corsico e si impadroniscono senza troppi complimenti della cintura sud milanese portando con loro quello che sanno fare meglio: intrallazzare e costruire grossi imperi su questi intrallazzi. Monopolizzano il movimento terra, hanno il controllo assoluto dell’ortomercato e sono i padroni incontrastati del traffico di cocaina. Così, senza che nessuno glielo impedisse (volesse o potesse), la ‘ndrangheta becera e ignorante della Calabria si è fatta padrona e signora della Milano da bere, della Milano dei grossi capitali, del lavoro, della moda e dello sviluppo. Certo che lì i Pelle, i Morabito, i Serraino hanno subito capito che lingua avrebbero dovuto parlare. Non strillare, ma sussurrare, sventolare bigliettoni con discrezione, ma con decisione, frequentare i salotti, blandire il potere e chi lo detiene, insomma, usare una diplomazia criminale che li rendesse non soltanto importanti, ma addirittura indispensabili. Eh si, perché basta coi sequestri, basta con le sparatorie eclatanti: quelle cose vanno bene giù, tra i terroni, non a Milano. No, perché a Milano la strategia è diversa e consiste nel mettere i propri uomini nei posti giusti, sponsorizzare piccoli politici rampanti che, posizionati ad hoc, curino dall’interno gli interessi dei clan, ne coccolino gli affari e li facciano crescere. Arpionarsi al cuore della finanza e della piccola imprenditoria per integrarsi nel tessuto sociale ed economico di Milano con delicatezza, senza patire (mai) crisi…
Bisogna confessare che se non ci fossero certi testi a spiattellare senza troppi giri di parole il torbido che cova sotto le acque limpide nessuno si accorgerebbe di niente. E se un libro è in grado di suscitare stupore, fosse anche schifo, oppure lascia sbalorditi allora significa che ha compiuto il suo dovere, ha onorato le motivazioni per le quali è stato scritto. Questo di Barbacetto e Milosa ha colpito perfettamente nel segno. Saranno anche i tempi o il fatto che la situazione magmatica dell’Italia spinge di più il cittadino comune a capire dove sta la truffa, dove il potere ha piantato la trappola, sta di fatto che le inchieste sguazzano in questo mare magnum di voglia di sapere e ci sguazzano bene. Poi se sono ben scritti ed opportunamente documentati ancora meglio. Fonti solide e chiarezza del messaggio sono le due caratteristiche fondamentali di Le mani sulla città, che attraverso una poderosa struttura fatta di numeri, date, nomi, incastri cronologici ed un accurato lavoro di vaglio di centinaia e centinaia di documenti delle forze dell’ordine e della magistratura ci svela come sia stato possibile che la ‘ndrangheta si sia impadronita di Milano partendo da posti sconosciuti della Calabria più profonda: San Luca, Natile di Carere, Platì. Un’inchiesta, questa, capace di suscitare numerosi interrogativi: vale ancora la pena parlare di superiorità lombarda? Com’è stato possibile che nessuno si accorgesse della scalata mafiosa che con baldanza e non senza una punta di ostentato orgoglio mette in bocca alle cosche un sornione: “abbiamo fatto una città”? Com’è possibile che in una città con un profondo senso civico esistano imprenditori apparentemente puliti che forniscono coperture alle attività illecite delle cosche; avvocati prezzolati che offrono loro consulenze; giovani lombardi (non calabresi, lombardi), che farciscono le file dei corrieri della droga? La risposta è tutta contenuta tra le pagine di questo libro e ribadisce, qualora a qualcuno fosse ancora sfuggito, che la mafia non è più un fenomeno criminale circoscritto ed è tutt’altro che un’espressione folkloristica dell’antropologia meridionale.

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER