Le notti di Salem

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Un uomo e un ragazzo attraversano gli Usa da nord a sud su una Citroën scassata: ogni tanto si fermano, l’uomo accetta un lavoro qualsiasi, ma dopo qualche mese invariabilmente ripartono. Dovunque sostino, acquistano giornali e cercano febbrilmente articoli o trafiletti su un piccolo paesino del Maine, Jerusalem’s Lot. Ogni tanto ne trovano uno. Sono inquieti, taciturni: l’uomo lavora a un romanzo, ne butta giù diverse stesure e finalmente la Random House decide di pubblicarlo. Per un po’ di tempo l’uomo e il ragazzo fanno sosta a Los Zapatos, un minuscolo paesino messicano. Qui capita loro di leggere un articolo su Jerusalem’s Lot che spiega come la cittadina si sia misteriosamente spopolata, e la paura torna a farsi sentire nei loro sguardi. Qui il ragazzo inizia a frequentare la chiesa locale e decide di confessarsi. Qui l’uomo e il ragazzo si liberano la coscienza raccontando la loro storia a un anziano prete. Tutto è iniziato l’anno prima, nel settembre del 1975, quando l’uomo - che si chiama Ben Mears - è tornato a Jerusalem’s Lot, la piccola città nella quale ha passato alcuni anni della sua infelice infanzia. Nonostante abbia meno di quarant’anni, è già vedovo: ha perso la moglie Miranda in un incidente stradale, è finito con la moto addosso a un autocarro. Fa lo scrittore, ha all’attivo tre romanzi di cui solo uno di successo, e vuole scriverne un altro su Casa Marsten. Casa Marsten è una lussuosa villa sulla collina che domina Jerusalem’s Lot, costruita nel 1928 da Hubert Marsten, titolare di una ditta di trasporti in aria di contrabbando e in aria di satanismo, che nel 1939 era stato trovato impiccato, mentre la moglie giaceva al piano di sotto, decapitata da una fucilata in pieno viso. La casa era rimasta sfitta e si era costruita una solida fama di luogo stregato: lo stesso Ben, ragazzino, una volta che si era introdotto nel sinistro edificio per una scommessa aveva visto Marsten penzolare dalla corda, con la faccia verde ma gli occhi aperti, vivo. Ma Mears non è l’unico nuovo arrivato nella sonnacchiosa cittadina: un certo Straker, straniero calvo, elegante ed enigmatico, sta aprendo una bottega di antiquario (ma cosa diavolo spera di guadagnare lì?) e col suo socio, un certo Barlow - che nessuno in paese ha mai visto – vuole comprare Casa Marsten. Un Male antico e terribile sta per piombare su Jerusalem’s Lot...

Ci sono due soli modi di approcciarsi a Le notti di Salem (a proposito: insensata la traduzione italiana del titolo, che pare alludere a streghe mentre si parla di vampiri): o lo si considera di gran lunga il più bel romanzo di Stephen King - come faccio io - oppure lo si considera 'semplicemente' una pietra miliare del genere horror, geniale rilettura di archetipi letterari e serbatoio di idee e cliché per decenni successivi di film e libri. In entrambi i casi, la definizione esatta è “capolavoro”. A quanto pare lo stesso King pare appartenere alla mia scuola di pensiero (che gli dei delle tenebre mi perdonino tanto egocentrismo!), dato che ha più volte dichiarato che il suo secondo romanzo a finire sugli scaffali è anche il suo preferito, “più che altro per come descrive le piccole cittadine di provincia”. Un ottimo motivo, a ben vedere: e non si tratta tanto della formula - seppure suggestiva - “Peyton Place meets Dracula” coniata dalla critica statunitense negli anni '70, quando il romanzo è stato pubblicato, e neppure della pur benemerita denuncia delle ipocrisie e delle miserie della provincia americana post-Vietnam, ma di un sentimento struggente che percorre tutte le pagine e ti prende allo stomaco, metà tenerezza e metà disprezzo. Ecco perché siamo più dalle parti de L’invasione degli ultracorpi che da quelle di Bram Stoker, sebbene i vampiri ci siano eccome: la perdita dell’innocenza dopo lo scandalo Watergate ha inoculato nell’immaginario collettivo americano la paura di un nemico che non è oltre la Cortina di ferro ma all’interno dei confini, ha concimato paranoie, ha diserbato sicurezze. L’aristocratico succhiasangue di King è spietato, maligno, inarrestabile, ma soprattutto sa guardarci dentro, sa sfruttare le nostre miserie, le nostre debolezze, la mancanza di fede e di coraggio. Nel descrivere i conflitti interiori dei suoi non eroi l’autore de Le notti di Salem raggiunge vette eccelse, la penna vola sul foglio veloce come un tornado, dipingendo la paura e il conformismo come farebbe un Caravaggio cresciuto a popcorn e sciroppo d’acero: siamo nel 1975, la creatività scorre potente nelle vene di Stephen King, sta per diventare lo scrittore più letto al mondo ma non lo sa ancora, anche se crede di meritarlo. E ha ragione, cazzo se ha ragione. Il romanzo è riproposto da Sperling & Kupfer in un’edizione illustrata con foto in bianco e nero arricchita da una nuova introduzione e una postfazione dell’autore, due racconti e un apparato che raccoglie le pagine eliminate nella stesura finale.



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