Le nozze

Le nozze
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Massachusetts, fine agosto 1953: nell’isola di Martha Vineyard, esclusiva meta vacanziera dell’upper class del New England, fervono i preparativi per le nozze della giovane Shelby. Shelby è la figlia minore dei coniugi Coles, esponenti della borghesia afroamericana dell’East Coast. I Coles, assieme ad altre stimate famiglie di colore, hanno eletto da tempo quale luogo di ritrovo per le loro estati sull’isola l’‘Ovale’, elegante comprensorio residenziale (così denominato a causa della sua pianta) nonché ghetto dorato, tollerato dal resto dei villeggianti bianchi in un condiviso e tacito regime di separazione razziale. A tale regime, però, i Coles hanno già derogato in passato per via delle unioni miste presenti nel loro intricato albero genealogico (Nonnina, la bisnonna di Shelby da parte di madre, è infatti bianca, così come bianco era il trisnonno da parte di padre) e si accingono a farlo ancora proprio tramite Shelby, la quale ha scelto di sposare il bianco Meade. L’imminente matrimonio è guardato con sofferta diffidenza dai vari componenti della famiglia perché infrange sia la contiguità razziale sia quella di classe (Meade è un musicista jazz che vive di ingaggi saltuari). Su Shelby, intanto, ha messo gli occhi Lute McNeil, un fascinoso e inaffidabile casanova, pluridivorziato e padre di tre bambine ma rassicurantemente nero. Shelby ne è turbata, e l’inopportuno corteggiamento diventa spunto per interrogarsi sulla sua identità...
Della crucialità del decennio ’50-’60 del Novecento rispetto a quella che fu definita la black question degli Stati Uniti si è molto detto, scritto, studiato e dibattuto, focalizzando l’attenzione specialmente sullo smantellamento della segregazione razziale negli stati del sud (nel 1954 la Corte Suprema sancisce l’incostituzionalità dell’apartheid nelle scuole) e sulle azioni di disubbidienza civile che lo accompagnarono (nel 1955 comincia il boicottaggio degli autobus di Montgomery, in Alabama, che durerà più di un anno e segnerà l’avvio del Movimento per i diritti civili). Così come si è molto saputo e letto a proposito dell’alienazione del sottoproletariato nero delle grandi metropoli settentrionali (restano ancora pietre miliari due classici della letteratura afroamericana quali L’uomo invisibile di Ralph Ellison, 1952, e Gridalo forte di James Baldwin, 1953). Assai meno si è scritto e divulgato, invece, su quella parte di popolazione nera che, alla metà del Novecento, aveva conquistato un’autonoma e riconosciuta rispettabilità sociale, ossia sulla borghesia delle professioni, emersa in alcune zone del Nord degli Stati Uniti sin dal XIX secolo e in progressiva espansione. Dorothy West contribuisce a colmare questa lacuna con un romanzo di grande impatto e pregnanza come Le nozze. La bostoniana West (1907-1998) è stata una giornalista prolifica e un’intellettuale impegnata sul doppio fronte dell’emancipazione razziale e femminile, esponente dell’‘Harlem Reinassance’ – corrente culturale attiva a New York tra il 1920 e il 1930 in opposizione non solo ai valori dell’establishment bianco ma anche a quelli in cui si rispecchiavano gli stessi neri delle generazioni precedenti –, nella sua lunga vita scrisse solo due romanzi The Living is easy, nel 1948, e The Wedding, che venne dato alle stampe nel 1995. In realtà l’autrice iniziò ad abbozzarlo più di trent’anni prima ma, non riuscendo a concluderlo, lo accantonò. Fu grazie all’incoraggiamento di un editor di prestigio della Doubleday come Jacqueline Kennedy, nonché sua vicina di casa sull’isola di Martha Vineyard (che oltre a fare da sfondo a Le nozze, fu anche il luogo dove la West trascorse gran parte della sua vita), che Dorothy West riprese in mano il progetto e lo portò a termine, sebbene Jackie non riuscì a vederne il risultato conclusivo perché morì un anno prima della pubblicazione. Il romanzo riscosse un grande successo tanto che, nel 1998, la potente anchorwoman Oprah Winfrey ne realizzò una miniserie televisiva. Le nozze è un testo fondamentale per avvicinarsi a comprendere la complessità che è dietro il pregiudizio, poiché racconta con vivida precisione come la vittima della discriminazione razziale possa divenire essa stessa soggetto generatore di pregiudizio in quanto, introiettando schemi ostili imposti da altri, finisce per accettarli e consolidarli. Cuore pulsante del romanzo è, infatti, il rapporto – visceralmente unico, intimo e irreplicabile – tra l’individuo e il colore della propria pelle. L’attenzione spasmodica alla tonalità dell’epidermide provocava nella stragrande maggioranza degli afroamericani di qualche decennio fa (ma si può affermare con certezza che per alcuni non sia ancora così?) una sorta di ‘dissociazione distruttiva’, secondo cui quanto più essi erano nelle condizioni fisiche di occultare i tratti caratteristici della loro ‘negritudine’ (per ricorrere a un termine obsoleto ma in questo caso ancora efficace) – determinati in primo luogo dalla gradazione del colore della pelle – tanto più potevano vivere disinvoltamente in un mondo a misura di bianchi (e gli anni Cinquanta in America non potevano configurarsi diversamente). È, questo, proprio il caso dei Coles, che sono neri di pelle chiara. A tale esito ha contribuito non poco la regia di Nonnina, l’intrepida capostipite bianca che, alla morte della figlia Josephine, moglie del nero Hannibal, ha allevato la nipote mulatta (Corinne, madre di Shelby), facendola sposare con un ragazzo di colore ma dal pigmento chiaro (Clark Coles, padre di Shelby). Il risultato è che la pronipote Shelby sembra in tutto e per tutto una ragazza bianca, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Questa impercettibile e contorta altezzosità nei confronti dei neri più scuri – incarnata esplicitamente da Nonnina (bianca che, suo malgrado, si trova ad avere una famiglia nera) ma da cui, con diverse sfumature, non sono immuni anche le altre donne Coles – percorre l’intero romanzo, sintomo di una discriminazione più contorta e latente ma del tutto parallela a quella dei bianchi verso i neri. Le nozze è strutturato come un intreccio di voci che riportano un punto di vista sempre differente ma inquadrabile in un comune schema di valori. Il matrimonio – che il libro non descrive – è il pretesto narrativo per dare vita a un grande racconto sociale nell’incisiva forma della saga familiare. La parte più bella del romanzo è costituita da due macronarrazioni, leggibili anche indipendentemente dalla trama principale. La prima – immensa per paradigmaticità – racconta “lo smarrimento di Shelby all’età di sei anni”: la piccola viene trovata da alcuni bianchi ma tarda a essere riportata a casa perché, cercando tutti una ‘bambina di colore’ e non semplicemente ‘una bambina’, non identificano Shelby, chiara di carnagione e chioma, con la bimba dispersa. La seconda – esposta con la solennità spirituale propria della parabola biblica – racconta degli antenati di Clark Coles, “il Vecchio Signore e il Predicatore”, rievocando più di un secolo di storia d’emancipazione nera in Nordamerica. La fulminante introspezione e la scrittura energica e rivelatrice di Dorothy West saranno difficili da dimenticare.

 

 

 

 
 
 
 
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