Le opere “brutte” di Giuseppe Verdi

Le opere “brutte” di Giuseppe Verdi

Nel pieno fervore entusiastico per il recupero e la rivalutazione dell’opera giovanile minore verdiana, Massimo Mila insegnava ai suoi studenti che per rivalutare (o valutare, semplicemente) al massimo suo valore possibile Giuseppe Verdi bisogna avere il coraggio di tenersi lontani dalla tentazione del “caso” straordinario della “riscoperta” di testi d’autore dimenticati o mal valutati e tanto più dalla tentazione di una loro quasi acritica e, per questo, esagerata decantazione. Al contrario, riconoscere i limiti e le “brutture” estetiche e sonore da cui progressivamente il maggiore interprete del nostro romanticismo operistico ha preso le distanze, passando da opere come Giovanna d’Arco del 1845 all’Aida del 1871, è l’unico strumento per restituire Verdi alla sua vera grandezza. La Giovanna d’Arco andò in scena alla Scala di Milano il 15 febbraio 1845 e Verdi stesso ne fu subito insoddisfatto per vari motivi di messa in scena. In realtà, forse lo stesso autore individuava nell’opera il limite di quella indecisione tra la vecchia concezione del melodramma italiano, inteso come “opera lirica”, e la sua nuova concezione del dramma dove i valori melodici sono subordinati agli sviluppi drammatici. Parti di quest’opera potrebbero definirsi di un “brutto oltraggioso”. Subito dopo la realizzazione milanese, Verdi doveva ottemperare all’accordo con il Teatro San Carlo di Napoli per la rappresentazione di quella che sarebbe stata, il 12 agosto del 1845, Alzira. Se in quest’opera, al contrario che nella precedente, non si possono individuare “brutti oltraggiosi”, certo si può e si deve valutare la complessiva debolezza strutturale dell’opera nella quale, spesso, la convenzionalità delle arie doppie decade entro i limiti di una più sommaria e popolare Cabaletta. Non diverso giudizio può investire un’opera, pur superiore alla precedente in quanto ad impegno e riuscita artistica, come Attila: troppe le parate guerriere, gli inni patriottici, l’urlato retorico che travolge ogni sostanza drammatica. Vi è poi il caso dei Masnadieri. Opera commissionata dal Queen’s Theatre di Londra, il tema del libretto avrebbe potuto accendere le migliori fantasie e le migliori energie di Verdi, ma finì per concedersi invece alla ‘maniera’ verdiana consegnata a quelle improbabili tre Arie consecutive che danno inizio all’opera. Il Corsaro e La battaglia di Legnano chiudono la rassegna delle “brutte” verdiane: con queste opere, per Verdi è ormai giunto il momento di allontanare da sé e dal suo lavoro i limiti che ne caratterizzarono gli esordi e avviarsi definitivamente verso le vette che ne hanno giustamente caratterizzato il genio…

La caratteristica di questo saggio critico è che ha poco – o niente – di quel taglio snobisticamente ‘alto’ che identifica i lavori di ricerca accademica: piuttosto, è scritto con la semplicità quasi discorsiva di chi possiede strumenti di conoscenza tanto alti e tanto ‘propri’ della materia che non v’è alcun bisogno di espressioni criptiche, tecniche, specifiche. Un linguaggio ed una sintassi che rasentano una sorta di cordialità informale, ma che esprimono concetti e soprattutto ponderati giudizi critici che, ancor oggi, sono la base della valutazione musicologica dell’opera di Verdi: tanto più grande artista, quanto più vero anche nei suoi limiti giovanili che Mila chiama opere “brutte”. Riconoscere e catalogare, anche tecnicamente, gli elementi di caduta da cui Verdi ha preso le distanze, nel progredire della sua crescita artistica verso le vette che lo hanno reso celebre (e che, insieme a lui, hanno reso celebre la stagione romantica musicale italiana e mediterranea nel mondo a confronto con il tutto tondo sinfonico dei grandi musicisti del centro-nord Europa), per poter giungere alla perfezione, è quanto meno basilare per una obiettiva valutazione e, perfino, per una corretta rivalutazione della figura e dell’opera del grande Milanese. La rivalutazione della grandezza di un autore deve partire dal riconoscimento critico dei luoghi comuni ed evitarli, senza cadere nell’errore contrario di elogiarne anche i difetti: questa la grande lezione del libro. Impossibile però non notare un piccolo ‘errore’ dovuto alla cultura ed alla formazione ideologica di Mila: quello di credere e di alimentare la fandonia del pregiudizio ideologico per cui Gabriele d’Annunzio – grande estimatore di Verdi – rispondesse all’anagrafe con cognome Rapagnetta!



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