Le opere di Dio

Le opere di Dio

Filippo Mangano è vecchio e amareggiato, non si sente più padrone a casa sua, nessuno gli dà ascolto e lui sa che è tutta colpa della Rossa, la nuora sfacciata e insolente che ha preso le redini della famiglia da quando suo figlio Giacomo è “finito in Germania”. La Rossa prende decisioni in merito alla coltivazione dei campi, alla gestione della casa e anche stasera ‒ mentre lui era a raccogliere i piselli che lei ha deciso di coltivare ‒ sembra aver convinto tutti della necessità di sgomberare, di sfollare in montagna portandosi dietro lo stretto indispensabile perché il fronte avanza, gli americani arriveranno presto. Ma la Rossa ha anche fatto qualcosa di buono: gli ha regalato il piccolo Filippo che lo segue come un’ombra e sembra essere l’unico, oltre alla sua giovane figlia Effa, a dargli affetto e conservare una parvenza di rispetto per il vecchio che gli altri sembrano ormai considerare un otre, un contenitore che se non adeguatamente rabboccato di vino diventa molesto, fastidioso, un tedioso beota che sacramenta e impreca per ogni nonnulla. Ma egli è deciso a non perdere il polso della situazione, ha fatto l’altra guerra, la Grande Guerra, lui sa come vanno certe cose per cui non rinuncia a dire la sua anche durante i preparativi vespertini per la fuga. Non si può rinunciare al maiale, va caricato sul carro e non si può rinunciare al vino, anche solo una damigiana piccola e il suo materasso non si tocca e lui partirà solo perché Effa, la sua figlia diversa da tutti loro, tanto da sembrare “fatta di un’altra carne”, lo implora di farlo in qualità di capo famiglia. E, durante il brevissimo paio di chilometri lungo i quali si concluderà il suo viaggio, ritrova lo spirito dei condottieri delle grandi migrazioni che hanno popolato le terre del Sud Italia, aiuta Nino, il suo figlio quindicenne a guidare la carovana, poi man mano che ci si addentra in un territorio che solo lui conosce, ne prende la testa e compirà l’unico gesto inconsapevolmente eroico della sua vita ai margini di un fronte che avanza…

Le opere di Dio più che un romanzo è un racconto lungo scritto da Giuseppe Berto durante la guerra, mentre era prigioniero a Hereford in Texas e, nonostante la critica sia stata quasi unanime nello sminuirne le qualità letterarie ‒ soprattutto in confronto con opere più mature, come Il cielo è rosso e Il male oscuro ‒ possiede quelle qualità che solo le opere di giovani autori, non ancora intimoriti dal proprio stesso successo e non ancora frenati dall’ansia di esserne all’altezza possiedono: l’impetuosità, la freschezza e anche una certa ingenuità nel riversare su carta le emozioni senza passarle a un setaccio troppo stretto, al vaglio spietato del raziocinio. Il talento di Berto è perfettamente intuibile attraverso la filigrana sottile di questa piccola opera, e se è vero che non possiede le qualità neorealiste di altre opere, sembra essere un omaggio a Steinbeck che l’autore realizza attraverso una sorta di gemellaggio di temi, scenari, stati d’animo: il racconto della dissoluzione di una famiglia nell’arco di una sola notte. Come sempre accade quando si legge un grande autore del Novecento, la prosa di Giuseppe Berto ha doti balsamiche e proprietà lenitive per i nostri occhi irritati dalla tundra arida e polverosa che è letteratura italiana contemporanea, quella che potremmo definire “2.0”. La nostra anima pascola grata in campi sterminati in cui fioriscono pronomi soggetto distinti da quelli complemento, in praterie fiorite di congiuntivi e condizionali felicemente coniugati, in cui si coltiva la consecutio temporum ed è possibile abbeverarsi a fonti miracolose ricche di aggettivi e povere di ripetizioni. Se ciò non bastasse a rendere questo piccolo lavoro di un grande autore perfettamente godibile, si aggiunga che l’edizione attuale è arricchita, come usava ai tempi d’oro dell’editoria di un tempo, da una gradevolissima prefazione di Cesare De Michelis, e corredata da un piccolo capolavoro grondante autoironia e vetriolo che è “L’inconsapevole approccio” , una nota biocritica alla seconda edizione, redatta dallo stesso Berto perché, come ci spiega l’editore “scrivere onestamente di sé e del proprio lavoro deve essere assai difficile, ma, a pensarci un momento, ben più difficile deve essere scrivere onestamente degli altri e della loro opera”.



 

 

 

 
 
 
 

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