Le origini del male

Yu-Jin si sveglia con la testa piena di visioni e nelle narici un odore soffocante di sangue. “È il prezzo da pagare per avere interrotto, di testa sua, la terapia” per le sue crisi epilettiche. Se lo sapessero sua madre e sua zia – che è anche il suo psichiatra – per lui sarebbero guai. Deve essere mattina prestissimo, perché la stanza è ancora in penombra e in casa c’è assoluto silenzio. La sveglia infatti fa le 5.30. Yu-Jin ricorda vagamente di essere andato a correre, la sera prima: a mezzanotte era sul lungomare del parco marino di Gundo, le strade erano deserte e nascoste dalla nebbia, una ragazza scesa dall’ultimo autobus per Ansan camminava con l’ombrello aperto nonostante il vento. Il ricordo si interrompe con questa immagine, deve essere tornato poco dopo a casa buttandosi sul letto senza nemmeno spogliarsi. Squilla improvvisamente il telefono: chi diavolo può essere a quest’ora? È Hae-Jin, il suo fratellastro. Gli chiede: “Cosa sta facendo mamma?”. Domanda strana. Quindi non è in casa. Dice di essere a Sandam-dong con un collega di lavoro e di aver trovato una chiamata della mamma al telefonino nel cuore della notte. L’ha richiamata, ma la donna non risponde. È preoccupato. Vuole sapere se è tutto a posto a casa. Yu-Jin cerca di rassicurarlo, ma nel frattempo si accorge di essere ricoperto da un liquido che si è seccato sui vestiti e sulla pelle: che diavolo… è fango? Dove si è sporcato in quel modo? Ha avuto una crisi epilettica fuori di casa? Non ricorda assolutamente nulla. Saluta frettolosamente Hae-Jin, che preannuncia il suo arrivo di là a qualche ora. Riaggancia. Gli pare che la madre lo stia chiamando, ma non è vero, c’è solo silenzio in casa. Solo ora si accorge che il pavimento della sua stanza è macchiato di sangue. Anche il suo letto è inzuppato di sangue. È sangue il liquido secco che lo ricopre dalla testa ai piedi. Esce da camera sua. Impronte di sangue salgono le scale. La sveglia segna le 5.45 e Yu-Jin si costringe a seguire la scia di sangue. Una voce nella sua testa cerca di farlo fermare: “Non c’è niente che non va. Non è reale. Torna in camera tua prima che mamma si faccia viva. Vai a dormire. Quando ti sveglierai, sarà tutto come ogni mattina”. Ma il ragazzo avanza, sale le scale. Al piano di sopra c’è una enorme pozza di sangue sul pavimento. Al centro della pozza, il corpo di una donna in vestaglia…

Inizia così, con un crescendo angoscioso che conduce a un colpo di scena telefonatissimo, questo bildungsroman psicopatico firmato dalla coreana Jeong You-jeong. Ma sarà proprio quella, la soluzione dell’enigma? O la risposta è quella ancora più ovvia, quella che a ogni lettore esperto di thriller e noir è venuta in mente già dopo le prime pagine? La risposta a queste domande arriva relativamente presto. Forse. Perché Le origini del male (pessima traduzione italiana del titolo originale, Jong-ui Giwon, che tradotto letteralmente suona come L’origine delle specie) non è un libro di risposte, è un libro di domande. Dalla soluzione del primo enigma, l’identità dell’assassino, si dipartono infatti altri enigmi, alcuni davvero inaspettati e disturbanti. Al centro ci sono i rapporti familiari e gli orrori che possono nascondersi in ogni famiglia, anche quelle apparentemente impeccabili. Si procede per flashback: ricordi e fantasie del protagonista si sovrappongono mescolando illusione e realtà e confondendo ancora di più le acque. Ma anche sbilanciando troppo il plot, che finisce per perdere energia e senso. La Jeong ha affermato di essersi ispirata alla vera storia del serial killer cannibale coreano Yoo Young-chul ma tranne qualche piccolo riferimento pratico non c’è nulla di “asiatico” in questo thriller asettico e spietato, potrebbe essere ambientato ovunque. Film in arrivo.



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